Notizie BDS
Notizie internazionali del movimento globale BDS.
Una nuova misura concede a 21 comunità ebraiche al di là dei confini pre-1967 54.000 dunam inutilizzati, portando il totale complessivo di terreni agricoli a 110.000 dunam.
La Divisione per gli Insediamenti ha deciso di raddoppiare la quantità di terra che i coloni possono utilizzare per l'agricoltura nella Valle del Giordano. Ha inoltre deciso di aumentare la quantità di acqua a disposizione degli agricoltori ebrei per i loro campi.
Le nuove aree agricole concesse sono tutte in zone demaniali; nessun terreno è di proprietà privata palestinese, ha detto il portavoce della divisione Ofer Amar.
Un funzionario del governo ha detto che la decisione, presa all'inizio di questo mese, ma resa pubblica solo durante questa settimana, non ha cambiato lo stato dei terreni, che già appartenevano allo Stato.
La nuova misura ristabilisce equità tra gli agricoltori della Valle del Giordano, che è al di là dei confini precedenti al 1967, e quelli in altre zone del paese, come l'Arava, ha detto il capo del Consiglio regionale della Valle del Giordano David Lahiani.
Leggi: Lo Stato concede altri terreni ad aziende agricole dei coloni nella Valle del Giordano
25 maggio, 2011
Vi sono alcuni valori sui quali generalmente i sindacalisti si trovano d'accordo: il potere dell'azione collettiva, la sicurezza economica di base, le opportunità di un buon lavoro. Le cose si imbrogliano quando quelle questioni lisce come il pane e burro si scontrano con uno dei più terribili e amari conflitti politici della storia moderna. L'incrociarsi del movimento dei lavoratori con il conflitto israelo-palestinese aggiunge un ulteriore intreccio alla dilagante e complessa battaglia per la terra, la sovranità e la giustizia nel Medio Oriente.
Le vedute di sinistra e progressiste vengono filtrate attraverso un curioso prisma quando si riferiscono a Israele e Palestina. Da entrambe le parti gli impulsi nazionalisti e rivoluzionari hanno originato versioni contrapposte della storia; le memorie spezzate del dislocamento e del trauma palestinese scoppiano da un lato del muro, contro il fervore ideologico e un aspro senso del diritto di Israele.
Leggi: La classe operaia in Palestina: il lavoro della resistenza riceve un nuovo impulso

Negli ultimi anni, i Palestinesi e i movimenti di solidarietà a sostegno dei diritti dei Palestinesi hanno avuto successo nell’attirare l’attenzione su Israele come stato di apartheid, che merita lo stesso trattamento del Sud Africa dell’apartheid. Eminenti personaggi come l’ex presidente statunitense Jimmy Carter, l’arcivescovo del Sud Africa Desmond Tutu, il Relatore Speciale dell’ONU sui Diritti Umani Richard Falk e molti altri, hanno usato il termine apartheid in varie occasioni per riferirsi al regime israeliano di evidenti violazioni del diritto internazionale. Ma che cos’è l’apartheid ed esattamente perché Israele è uno stato di apartheid? Soprattutto, perché le persone di coscienza in tutto il mondo dovrebbero partecipare al movimento di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni contro Israele che è andato crescendo nel corso degli ultimi sei anni? Questa domande sono diventate opportune alla luce delle Carte Palestinesi (Palestinian Papers) che sono state rese pubbliche nel gennaio di quest’anno e che smascheravano l’intransigenza d’ Israele nei negoziati di pace Israelo-Palestinesi, e mostravano l’impotenza dell’Autorità Palestinese nella difesa dei diritti dei Palestinesi.
Leggi: Comprendere il movimento per Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele
Il primo ministro britannico David Cameron ha posto termine, silenziosamente, al suo patronato onorario del controverso Fondo nazionale ebraico (Jewish National Fund - JNF). Il suo ufficio ha confermato la notizia. Per molti anni, i leader di tutti e tre i principali partiti politici britannici diventavano Patroni onorari del JNF per convenzione. Secondo Dick Pitt, un portavoce della campagna 'Stop the JNF', "Cameron era l'unico leader dei tre principali partiti rimasto come Patrono del JNF. Il calo del sostegno politico al JNF ai più alti livelli della struttura politica può essere un segno dell'aumento della consapevolezza nelle sedi del potere che la vigorosa difesa delle attività del JNF potrebbe non essere sostenibile".
La notizia della decisione di Cameron ha raggiunto i palestinesi nei campi profughi, persone la cui terra è sotto il controllo del JNF. Salah Ajarma del campo profughi di Aida a Betlemme era "felice di sentire la notizia che il Primo Ministro britannico ha deciso di ritirare il suo sostegno a questa losca organizzazione coinvolta nella pulizia etnica. Il mio villaggio, Ajjur, è stato preso con la forza dalla mia famiglia e dato al JNF che ha poi utilizzato fondi dal JNF Regno Unito per piantare il 'British Park' sulle sue rovine. Per i palestinesi che sono stati sfrattati dai loro villaggi e ai quali è impedito di tornare, le dimissioni di Cameron rappresentano un'altra vittoria sul cammino per realizzare la giustizia e la libertà per i palestinesi".
Leggi: Cameron toglie il patrocinio a organizzazione di "beneficienza" israeliana razzista
22 maggio 2011
Ma la lotta per la nostra causa non è combattuta solo da noi palestinesi, perché è parte delle rivolte nel mondo arabo e del movimento globale per il boicottaggio di Israele
È passato un anno dal mio arresto. Il mio “contributo” è modesto se paragonato a quello di altri prigionieri che sono entrati nelle carceri israeliani quattro decenni fa.
È vero, non si dovrebbero fare distinzioni tra le sentenze – come non si dovrebbero fare differenze tra i combattenti per la libertà – perché la sentenza rilasciata da un giudice dell’oppressione è sempre crudeltà, terrore e abuso.
Le cose in Palestina accadono seguendo la stessa regola: più dura è l’escalation di terrorismo, oppressione, persecuzione politica e deportazioni, più forti sono la nostra resistenza, la sfida di rimanere e preservare la nostra identità, l’impegno per la nostra causa e i diritti negati. Loro vorrebbero dividerci, attraverso la geografia e il diverso colore delle carte d’identità, ma la nostra forza non sarà mai annullata e la nostra lotta per la liberazione è dentro ognuno di noi. Mentre loro continuano a produrre oppressione, noi produciamo libertà e rompiamo il loro circolo vizioso, trasformando le loro azioni nelle nostre reazioni. Il nostro diritto alla Palestina, sia dalla nostra patria sia dall’esilio, è uno: il ritorno, l’autodeterminazione, la fine dell’occupazione, la liberazione dei prigionieri, la riconquista delle terre confiscate, lo smantellamento delle colonie e del Muro dell’apartheid, la protezione di Gerusalemme, del Negev, della Galilea e di tutta la costa dalla “giudaizzazione” e dai piani di espulsione, la rottura dell’assedio israeliano a Gaza. Tutte queste battaglie sono parte della stessa causa.
Alla DePaul University di Chicago gli studenti hanno votato a larga maggioranza a favore di un referendum che chiedeva se sostenessero il divieto di vendere l'hummus (crema di ceci) del marchio Sabra nel loro campus. A causa di un tecnicismo, tuttavia, il risultato non sarà vincolante. Una nota pervenuta a Electronic Intifada dagli attivisti di Studenti per la giustizia in Palestina di DePaul annuncia i risultati delle votazioni che hanno avuto luogo all'inizio di questo settimana:
Risultati del referendum: 1127 a favore, 332 contro, 8 altre proposte. Per essere valido il referendum avrebbe dovuto avere una partecipazione di non meno di 1500 studenti. Anche se è stata una vittoria sorprendente, il referendum non è valido per mancanza di 33 voti. Ma non è finita. Studenti per la giustizia in Palestina rilascerà a breve una dichiarazione sulle prospettive della campagna.
Leggi: Gli studenti della DePaul University di Chicago votano contro la vendita dell'hummus di Sabra
14 aprile 2011
di Ben White
Dopo che dei militanti in tutto il mondo hanno partecipato alla IAW (Israeli Apartheid Week), tenutasi in Canada dall '8 al 13 marzo, dai gruppi sionisti si sono dati da fare, ricorrendo a una mescolanza di diversivi mielosi, di menzogne, e di hasbaristi ( propagandisti sionisti)* addestrati allo scopo.
Ecco, alla rinfusa, cinque obbiezioni frequentemente avanzate contro la IAW:
1. "Gli arabi in Israele, fanno la loro spesa negli stessi mercati, si curano negli stessi ospedali, si siedono negli stessi parchi, ecc. degli israeliani ebrei".
Questa affermazione è a volte completata da foto che mostrano degli arabi dediti gioiosamente – e senza dubbio con riconoscenza – ai loro impegni quotidiani o che godono del loro tempo libero nell'"Unica Democrazia de Medio Oriente" (slogan commerciale).
Tuttavia, Israele come spazio democratico multiculturale, misto, è minato da un insieme di situazioni, tra cui segnatamente, e non esclusivamente:
dei "comitati di selezione" decidono chi può essere ammesso nelle piccole comunità, fondandosi su criteri come "l'attitudine sociale": è un'organizzazione che opera in centinaia di città (l'uso di questi comitati come strumento di esclusione dei palestinesi potrebbe essere rafforzato da una prossima legge); un certo numero di queste comunità sono state create in primo luogo nel quadro di un progetto basato sulla discriminazione etnica e la fobia demografica;
i Palestinesi "residenti permanenti" a Gerusalemme Est, pur vivendo nella pretesa "capitale unificata" di Israele, non possono acquistare dei beni immobili nella parte più estesa della città (Gerusalemme Ovest) e nel restante terzo (Gerusalemme Est, annessa illegalmente): questo "perché per avere il diritto di acquistare degli immobili su una terra dello Stato, il compratore deve essere cittadino di Israele o "avere diritto, secondo la legge israeliana, alla cittadinanza nel quadro della legge del Ritorno (cioè, essere ebreo);
i Palestinesi sotto l'occupazione militare israeliana sono sottoposti a uno stretto regime che controlla la loro libertà di spostamento, un regime basato su un sistema di "autorizzazioni" e messo in opera grazie ai check points e a degli ostacoli fisici sulle strade. In quanto ai cittadini israeliani ebrei, essi possono vivere nelle colonie all'interno della Cisgiordania e sono liberi di andare e venire a loro piacere: non così i loro vicini palestinesi.
Leggi: Sulla settimana dell'apartheid: un manuale da debuttanti
Il negozio della filiale britannica dell'israeliana Ahava abbandona il centro di Londra dopo anni di manifestazioni pro-palestinesi.
I manifestanti sostengono che i cosmetici venduti nel negozio vengono prodotti in una fabbrica in un insediamento israeliano, Mitzpe Shalom in Cisgiordania, ma sono "erroneamente" etichettati come "Made in Israele".
Il proprietario del negozio, attualmente a Monmouth Street, Covent Garden, è alla ricerca di altri locali dopo che i proprietari dei negozi vicini si sono lamentati a seguito delle proteste.
26 marzo 2011
Israeliani spiegano perché hanno aderito al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni
È stato l'Egitto a farmi cominciare a pensare al movimento Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni (BDS) in modo serio. Stavo già conducendo un boicottaggio mirato sotto tono dei prodotti provenienti dagli insediamenti – leggendo in silenzio le etichette al supermercato per essere sicuro di non comprare nulla che proveniva da oltre la linea verde.
L'avevo fatto da tempo. Ma, a un certo punto, ho capito che il mio personale boicottaggio mirato era un po' ingenuo. E ho capito che non bastava.
Non sono solo gli insediamenti e l'occupazione, le due facce della stessa medaglia, che rappresentano un grave ostacolo alla pace e violano i diritti umani dei palestinesi. È anche tutto ciò che li sostiene - il governo e le sue istituzioni. È la bolla dentro la quale molti israeliani vivono, l'illusione della normalità. È l'idea che lo status quo è sostenibile.
E gli insediamenti sono un diversivo, un bersaglio conveniente per la rabbia. Gli israeliani devono anche affrontare una delle maggiori ingiustizie che ha avuto come risultato la creazione del loro stato - la Nakba, l'espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi.
La più grande compagnia di sicurezza nel mondo, la G4S, ha annunciato questa mattina che l'azienda interromperà una serie di attività nei territori occupati della Cisgiordania. Questo accade dopo che il centro di ricerca indipendente danese, DanWatch, ha scoperto che la G4S fornisce, tra l'altro, tecnologia di sicurezza alle carceri e ai posti di blocco israeliani.
G4S ha scritto in un comunicato che i loro servizi di sicurezza nella Cisgiordania non sono in conformità con le politiche etiche della società, anche se le proprie attività "non sono discriminatorie o controverse".
"Abbiamo concluso che, al fine di garantire che le nostre attività commerciali siano in conformità con la nostra politica etica, di impegnarci a scindere un certo numero di contratti nell'area", ha scritto il direttore legale Soren Lundsberg.