LIBERTÀ. GIUSTIZIA. UGUAGLIANZA.

Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni per i diritti del popolo palestinese.

Notizie BDS

Notizie internazionali del movimento globale BDS.

I palestinesi chiedono di fare la massima pressione per fermare il genocidio e smantellare l’apartheid.

La Corte internazionale di giustizia (CIG) oggi ha fatto la storia. Ha confermato la plausibilità dell’accusa del Sudafrica ai sensi della Convenzione sul genocidio secondo cui “Israele si è impegnato, si sta impegnando e rischia di impegnarsi ulteriormente in atti di genocidio contro il popolo palestinese a Gaza”. Ordina a Israele di prevenire qualsiasi atto genocida, di impedire ai suoi militari di commettere tali atti e di garantire l’ingresso di cibo, acqua, medicine e altri bisogni umanitari nella Striscia di Gaza occupata e assediata.

Il Comitato di coordinamento anti-apartheid palestinese (PAACC), che comprende il Dipartimento anti-apartheid dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il Comitato anti-apartheid del Consiglio nazionale palestinese (PNC), il movimento BDS, il Consiglio dell’Organizzazione palestinese per i diritti umani (PHROC) e la Rete delle ONG palestinesi (PNGO), accoglie con entusiasmo la storica decisione della Corte internazionale di giustizia. Le decisioni della Corte internazionale di giustizia sono definitive, vincolanti e non soggette ad appello, e tutti gli stati devono rispettare i loro obblighi legali adottando unilateralmente e collettivamente tutte le misure possibili per garantire urgentemente e definitivamente che Israele rispetti la decisione della Corte e attui pienamente e senza ritardi le misure provvisorie ordinate.

Mentre la Corte non è riuscita a ordinare esplicitamente un cessate il fuoco immediato e permanente per fermare il genocidio, ora più che mai gli stati devono essere sottoposti a pressioni affinché adempino ai loro obblighi legali e impongano a Israele un cessate il fuoco. 

La decisione della Corte internazionale di giustizia affida ora una maggiore responsabilità legale, e morale, sulle spalle degli stati che rispettano il diritto internazionale, della società civile e delle persone di coscienza in tutto il mondo per porre fine al genocidio in corso da parte di Israele e per contribuire a smantellare il sistema di oppressione sottostante. 

Tutti gli stati, le aziende, le istituzioni, i media, che sono complici con qualsiasi aspetto del regime israeliano di colonialismo di insediamento, apartheid e occupazione militare, in vigore da 75 anni, devono porre fine immediatamente a questa complicità ed essere ritenuti responsabili per il loro aiuto e il loro sostegno a crimini di guerra, crimini contro l’umanità e, plausibilmente, genocidio. Gli stati terzi che hanno consapevolmente fornito armi, materiali e altro sostegno a Israele da utilizzare in crimini atroci, compreso il genocidio, devono essere ritenuti responsabili per avere contribuito ad atti illeciti a livello internazionale e a violazioni delle norme di diritto cogente nell’ambito del diritto internazionale. 

A seguito della storica decisione della Corte internazionale di giustizia secondo cui Israele sta plausibilmente commettendo un genocidio, e dato che gli stati parti della Convenzione sul genocidio hanno un obbligo erga omnes di prevenire e punire il crimine di genocidio, devono:

  • Imporre un embargo militare bilaterale a Israele, adoperarsi per adottare un embargo obbligatorio sulle armi nei suoi confronti presso le Nazioni Unite e adottare altre misure punitive per prevenire e reprimere i suoi atti di genocidio e porre fine alla fornitura di sostegno economico e diplomatico.
  • Imporre sanzioni economiche legittime e proporzionate e altre contromisure a Israele, inclusa la cancellazione di tutti gli accordi di libero scambio e di cooperazione, finché non adempirà ai suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale. 
  • Agire immediatamente per espellere Israele dalle sedi internazionali, tra cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Comitato Olimpico Internazionale, la FIFA e altri, come è avvenuto nel caso del Sudafrica dell’apartheid. 
  • Gli stati parte della Corte penale internazionale (CPI) devono fare pressione sul Procuratore affinché porti avanti rapidamente le indagini su tutti i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e gli atti di genocidio compiuti da autori israeliani contro il popolo palestinese, e emetta immediatamente e senza ulteriori ritardi mandati di arresto per le denunce presentate alla Corte, dal 2014. Devono inoltre garantire che la Corte disponga di tutte le risorse per garantire la fattibilità delle indagini sulla situazione in Palestina.
  • Arrestare e perseguire, anche applicando la giurisdizione universale, cittadini israeliani, compresi funzionari governativi, o persone presenti sul loro territorio o nella loro giurisdizione, che hanno incitato al genocidio, sostenuto il genocidio o compiuto atti di genocidio contro il popolo palestinese.
  • Agire secondo la propria responsabilità per garantire che le entità e le istituzioni aziendali domiciliate nel loro territorio o sotto la loro giurisdizione cessino di agevolare e sostenere il genocidio che sta commettendo Israele e altri crimini ai sensi del diritto internazionale, compreso il crimine contro l’umanità di apartheid contro il popolo palestinese. 
  • Unirsi al vasto e crescente numero di stati del Sud del mondo nel sostenere il ricorso per genocidio del Sudafrica contro Israele presso l'CIG.

L’ordine di misure provvisorie può contribuire alla protezione dei diritti dei palestinesi da “ulteriori, gravi e irreparabili danni” come richiesto dal Sud Africa. Se attuate, le misure potrebbero fermare il grave danno causato dal genocidio da parte di Israele contro 2,3 milioni di palestinesi, ma anche quando gli incessanti bombardamenti israeliani sui civili e sulle infrastrutture civili finiranno, la carestia e le malattie infettive che si stanno diffondendo a Gaza a causa dell’assedio mortale e della distruzione di case da parte di Israele continueranno a devastare i palestinesi. Gli esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno avvertito che tutti i palestinesi di Gaza, metà dei quali bambini, soffrono la fame e oltre mezzo milione sta “morendo di fame”. 

C’è ancora molto da fare per affrontare le cause profonde della Nakba palestinese in corso. “Gli atti genocidi di Israele”, come ha affermato il Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, devono essere intesi “nel contesto più ampio dei 75 anni di apartheid di Israele, dei 56 anni di occupazione e dei 16 anni di assedio imposti alla Striscia di Gaza”. La violenza coloniale di Israele dal 1948, ha affermato il Sudafrica, “ha sistematicamente e con la forza espropriato, sfollato e frammentato il popolo palestinese, negandogli deliberatamente il diritto, inalienabile e riconosciuto a livello internazionale, all’autodeterminazione e il diritto, riconosciuto a livello internazionale” al ritorno dei profughi alle loro città e ai loro villaggi, in quello che oggi è lo Stato d’Israele”.  

Nell’appello unificato contro l’apartheid palestinese del 2023, i palestinesi hanno affermato che “lo smantellamento del regime israeliano di colonialismo di insediamento e apartheid è una condizione indispensabile affinché il popolo palestinese possa esercitare tutti i suoi diritti legittimi e inalienabili, come previsto dal diritto internazionale”. 

Il popolo palestinese sa fin troppo bene che solo attraverso il potere popolare, l’unità e la mobilitazione possiamo ottenere giustizia ed essere in grado di esercitare i nostri diritti inalienabili. Chiediamo alle persone di tutto il mondo di cogliere questo momento, risultato della sentenza della Corte internazionale di giustizia, e di rispondere all’appello unificato palestinese “per rafforzare la crescente solidarietà con il popolo palestinese e la nostra giusta causa sostenendo, e partecipando attivamente, al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) guidato dai palestinesi”.

La giustizia è l’unica soluzione accettabile. Qualsiasi azione o sforzo diplomatico che non sia incentrato sulla fine e sulla punizione del genocidio, dei crimini contro l’umanità, dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani di Israele, così come sulla fine di ogni tipo di complicità internazionale, equivale a perpetuare l’impunità, l’ingiustizia e l’oppressione del nostro popolo, smantellando ulteriormente lo stato di diritto internazionale.

Fonte:Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC)

Traduzione di BDS Italia

Di Ilan Pappé*

L’approccio morale e coraggioso del Sud Africa alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG), sperando in una sentenza che mettesse fine al genocidio dei palestinesi a Gaza, non è stato uguagliato dalla Corte venerdì 26 gennaio 2024. 

Non sottovaluto il significato della sentenza della Corte. È vero, la corte ha confermato il diritto del Sudafrica di rivolgersi alla CIG e ha motivato i fatti presentati, compreso il presupposto che le azioni di Israele potrebbero essere definite genocidio secondo i termini della convenzione sul genocidio.

A lungo termine, il linguaggio e le definizioni utilizzate dalla CIG nella sua prima sentenza costituiranno un'enorme vittoria simbolica sulla via della liberazione della Palestina. 

Ma non è questo il motivo per cui il Sud Africa si è rivolto alla CIG. Il Sudafrica voleva che la corte fermasse il genocidio. E quindi, da un punto di vista operativo, la CIG ha perso un’occasione per fermare il genocidio, soprattutto perché continua a trattare Israele come una democrazia e non come uno stato canaglia. 

I palestinesi, e chiunque sostenga qualsiasi lotta contro i crimini commessi dai paesi del nord del mondo, hanno smesso da tempo di lasciarsi impressionare dalle azioni simboliche. Le azioni contro gli stati canaglia hanno senso solo se hanno un lato operativo.

Le azioni operative suggerite dalla CIG sono fondamentalmente una richiesta fatta a Israele di presentare, entro un mese, un rapporto sulle misure adottate per prevenire il genocidio a Gaza. 

Non c’è da stupirsi che il Governo israeliano abbia già lasciato intendere che una simile richiesta non sarebbe stata tra le sue priorità e, soprattutto, non avrebbe avuto alcun impatto sulle sue politiche sul campo. 

Anche se la CIG avesse chiesto, come avrebbe dovuto, un cessate il fuoco, ci sarebbe voluto molto tempo per attuarlo, data l’intransigenza israeliana. Ma il messaggio a Israele sarebbe stato chiaro – ed efficace. 

Licenza di commettere un genocidio

La cosa importante da ricordare in ogni impegno con Israele è che ciò che conta non è come viene inteso il messaggio, ma come viene interpretato dai politici israeliani. 

La solidarietà occidentale con Israele, manifestata il 7 ottobre 2023, è stata intesa dai suoi politici come una libera licenza per commettere un genocidio a Gaza. Allo stesso modo, optare per un rapporto invece che per un’azione è interpretato in Israele come un leggero schiaffo sulle mani, che dà a Israele almeno altri 30 giorni per continuare la sua politica genocida.

Se così fosse, cosa rimarrebbe di Gaza tra un mese? Quale sarebbe la portata del genocidio tra un mese, se non solo l’Occidente ma anche la CIG si rifiutassero di chiedere un cessate il fuoco immediato? Temo che non sia necessario rispondere a queste terribili domande. 

Ma soprattutto il delitto è già stato commesso, non è che ci sia ancora tempo per fermarlo. Pertanto, a meno che la CIG non ritenga che le azioni di Israele possano essere invertite e corrette, invia un messaggio molto confuso. Sembra suggerire che, sebbene le azioni possano costituire un crimine, se la carneficina fosse limitata, ciò sarebbe accolto favorevolmente dalla CIG.

Storia del fallimento in Palestina 

La CIG è sembrata mancare di coraggio quando si è astenuta dal chiedere ciò che molti paesi del sud del mondo e un gran numero di persone nella società civile globale hanno chiesto negli ultimi tre mesi.

Se l’intero processo si concluderà con la consueta conclusione che il diritto internazionale non ha il potere di fermare la distruzione della Palestina e dei palestinesi, ciò avrà un impatto ancora maggiore sulla questione palestinese. 

Di fatto, questa consapevolezza potrebbe minare gravemente la fiducia, già molto bassa, del Sud del mondo nell’universalità del diritto intenzionale.

Sin dalla sua istituzionalizzazione definitiva dopo la seconda guerra mondiale, il diritto internazionale non è riuscito a trattare adeguatamente il colonialismo come crimine e non è mai stato in grado di sfidare un progetto coloniale di insediamento come quello di Israele. 

È diventato anche chiaro che le politiche imperialiste perseguite da Stati Uniti e Gran Bretagna, in chiara violazione del diritto internazionale, sono totalmente esenti dalla giurisdizione del diritto internazionale. Pertanto, gli Stati Uniti sono riusciti a invadere l’Iraq con una grave violazione del diritto internazionale e la Gran Bretagna ora prevede di inviare, senza timore di ritorsioni, i richiedenti asilo in Ruanda. 

Nel caso della Palestina, durante i 75 anni di Nakba in corso, il diritto internazionale – attraverso i suoi rappresentanti ufficiali e informali, professionisti e delegazioni – è stato completamente inefficace. Ciò non ha impedito l’uccisione di un solo palestinese, non ha portato al rilascio di un solo prigioniero politico palestinese, né ha impedito la pulizia etnica della Palestina. In effetti, l’elenco dei suoi fallimenti è troppo lungo per essere dettagliato qui. 

Ma c'è speranza 

C’è una nuova, importante lezione che dovrebbe plasmare la nostra attività e informare le nostre speranze per il futuro. 

Abbiamo già imparato che non c’è speranza di cambiamento all’interno della società israeliana, una lezione che è stata ignorata da coloro che sono coinvolti nel cosiddetto processo di pace. 

L’incapacità di comprendere il DNA della società sionista ha permesso a Israele, sin dal suo inizio, di uccidere i palestinesi in modo incrementale e massiccio, sia direttamente, sparandogli, sia indirettamente, negando loro le basilari condizioni umane di vita.  

Questo processo, guidato dagli Stati Uniti, si basava sulla formula secondo cui solo dopo il ripristino della “pace”, Israele sarebbe stato obbligato a modificare le sue spietate politiche sul terreno. 

Questo falso paradigma è completamente crollato, anche se l’amministrazione Biden tenta, in questi giorni, di resuscitarlo, insieme ai pochi palestinesi che, per qualche ragione, ripongono ancora la loro fiducia nella soluzione dei due stati.

E ora arriva la nuova, importante lezione: non solo non possiamo sperare in un cambiamento all’interno di Israele, ma non possiamo fare affidamento sul diritto internazionale per proteggere i palestinesi dal genocidio. 

Ciò, tuttavia, non significa che non ci sia speranza nel futuro per la liberazione e la decolonizzazione. Il progetto sionista è sul punto di implodere dall’interno. 

La società ebraica israeliana si sta disintegrando, la sua economia sta fallendo e la sua immagine internazionale si sta deteriorando. 

L’esercito israeliano non ha funzionato in ottobre e il governo è a brandelli e incapace di fornire i servizi di base ai suoi cittadini. In queste circostanze, solo le guerre e i cinici interessi occidentali manterranno vivo questo progetto, ma per quanto tempo? 

Eppure, un simile processo di implosione nella storia può essere lungo, brutale e violento come si manifesta davanti ai nostri occhi in questi giorni.

E non siamo solo spettatori. Gli attivisti tra noi capiscono che dobbiamo raddoppiare e triplicare ciò che già sappiamo deve essere fatto. 

Continuiamo, fuori dalla Palestina, a cercare di spostare la “B” e la “D”, in Boicottaggio e Disinvestimento, in “S”, come in Sanzione.

Questo sforzo può essere intensificato spingendo in due direzioni. Da un lato, dovremmo esercitare una maggiore pressione sui governi del sud del mondo affinché siano più attivi, in particolare nel mondo arabo e musulmano. D’altro canto, dovremmo trovare modi migliori per aumentare la pressione elettorale sui nostri rappresentanti nel Nord del mondo. 

Non c’è bisogno di dire alla Resistenza palestinese cosa fare per difendere se stessa e il suo popolo. Non c’è bisogno di dire al movimento di liberazione come elaborare una strategia per il futuro. Ovunque si trovino, i palestinesi coinvolti nella lotta continueranno a perseverare e ad essere resilienti. Ciò di cui hanno veramente bisogno è che ogni sforzo esterno sia più efficace, realistico e coraggioso. 

Non si può non ammirare ciò che il movimento di solidarietà con la Palestina ha già realizzato, soprattutto negli ultimi tre mesi. 

Tuttavia, se i suoi attivisti leali e impegnati avessero bisogno di una ragione in più per spiegare perché ciò che stanno facendo è essenziale e giusto, allora la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia è un agghiacciante promemoria di ciò che è in gioco qui.

Se c’è una speranza di fermare il genocidio in tutta la Palestina storica, essa risiede nella capacità della società civile globale di prendere l’iniziativa. Perché è fin troppo evidente che i governi e gli organismi internazionali non vogliono o non possono farlo.

*Ilan Pappé è professore all’Università di Exeter. In precedenza è stato docente senior di scienze politiche presso l'Università di Haifa. È autore di La pulizia etnica della Palestina, Il Medio Oriente moderno, Una storia della Palestina moderna: una terra, due popoli e Dieci miti su Israele. È coeditore, insieme a Ramzy Baroud, di "Our Vision for Liberation". Pappé è descritto come uno dei "nuovi storici" israeliani che, dalla pubblicazione di documenti pertinenti del Governo britannico e del Governo israeliano all'inizio degli anni '80, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948.

Fonte: Palestine Chronicle

Traduzione di BDS Italia

Di Naomi Klein

Nel 2005, i palestinesi hanno chiesto al mondo di boicottare Israele finché non avesse rispettato il diritto internazionale. E se avessimo ascoltato?

Esattamente 15 anni fa, questa settimana, ho pubblicato un articolo sul Guardian. Iniziava così:

Basta. È tempo di boicottaggio

Il momento è arrivato. Anzi, è passato da un pezzo. La strategia migliore per porre fine all’occupazione, sempre più sanguinosa, è che Israele diventi l’obiettivo di quel tipo di movimento globale che ha posto fine all’apartheid in Sudafrica. Nel luglio 2005, un’ampia coalizione di gruppi palestinesi ha presentato un piano per fare proprio questo. Hanno invitato “le persone di coscienza di tutto il mondo a imporre ampi boicottaggi e ad attuare iniziative di disinvestimento contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica nell’era dell’apartheid”. È nata la campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Nel gennaio 2009, Israele ha scatenato una nuova scioccante fase di uccisioni di massa nella Striscia di Gaza, chiamando la sua feroce campagna di bombardamenti operazione ‘Piombo Fuso’. L’operazione ha ucciso 1.400 palestinesi in 22 giorni; il numero di vittime da parte israeliana è stato pari a 13. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e, dopo anni di reticenza, mi sono schierata pubblicamente a favore dell’appello guidato dai palestinesi per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni contro Israele finché non rispetterà il diritto internazionale e i principi universali dei diritti umani, noto come BDS.

Sebbene il BDS godesse di un ampio sostegno da parte di oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese, a livello internazionale il movimento è rimasto piccolo. Durante l’operazione ‘Piombo Fuso’, la situazione ha iniziato a cambiare e un numero crescente di gruppi studenteschi e sindacali al di fuori della Palestina ha aderito.

Tuttavia, molti non aderivano. Ho capito il motivo per cui la tattica proposta sembrava troppo difficile. Esiste infatti una lunga e dolorosa storia di imprese e istituzioni ebraiche prese di mira dagli antisemiti. I lobbysti esperti che esercitano pressioni a favore di Israele sanno come avvalersi di questo trauma, per cui invariabilmente presentano le campagne volte a contestare le politiche discriminatorie e violente di Israele come attacchi odiosi agli ebrei in generale.

Per due decenni, la paura diffusa derivante da questa falsa equiparazione ha protetto Israele dal dover affrontare il pieno potenziale del movimento BDS; ma ora, mentre la Corte Internazionale di Giustizia ascolta la devastante raccolta di prove secondo cui Israele commette il crimine di genocidio a Gaza, ce n’è davvero abbastanza.

Dal boicottaggio degli autobus al disinvestimento dai combustibili fossili, le tattiche BDS hanno una storia ben documentata come armi tra le più potenti dell’arsenale nonviolento. Riprenderle e usarle in questo momento di svolta per l’umanità è un obbligo morale.

La responsabilità è particolarmente forte per quelli di noi i cui governi continuano ad aiutare attivamente Israele con armi letali, accordi commerciali lucrativi e veti alle Nazioni Unite. Come ci ricorda il BDS, non dobbiamo lasciare che questi accordi sciagurati parlino a nome nostro senza essere contestati.

Gruppi di consumatori organizzati hanno il potere di boicottare le aziende che investono in insediamenti illegali o che producono armi israeliane. I sindacati possono spingere i loro fondi pensione a disinvestire da queste aziende. Le amministrazioni comunali possono selezionare gli appaltatori in base a criteri etici che vietino queste relazioni. Come ci ricorda Omar Barghouti, uno dei fondatori e leader del movimento BDS: “L’obbligo etico più profondo in questi tempi è quello di agire per porre fine alla complicità. Solo così possiamo davvero sperare di porre fine all’oppressione e alla violenza”.

In questo senso, il BDS merita di essere visto come una politica estera popolare, o una diplomazia dal basso; e se diventa abbastanza forte, finirà per costringere i governi a imporre sanzioni dall’alto, come sta cercando di fare il Sudafrica. E questa è chiaramente l’unica forza che può far uscire Israele dal suo attuale percorso.

Barghouti sottolinea che, proprio come alcuni sudafricani bianchi sostennero le campagne anti-apartheid durante quella lunga lotta, gli ebrei israeliani che si oppongono alle violazioni sistematiche del diritto internazionale da parte del loro Paese sono invitati a unirsi al BDS. Durante l’operazione ‘Piombo Fuso’, un gruppo di circa 500 israeliani, molti dei quali artisti e studiosi di spicco, ha fatto proprio questo, dando alla fine il nome di Boycott from Within al loro gruppo.

Nel mio articolo del 2009, citavo la loro prima lettera di pressione, che chiedeva “l’adozione di misure restrittive e sanzioni immediate” contro il loro Paese e tracciava un parallelo diretto con la lotta anti-apartheid sudafricana. “Il boicottaggio del Sudafrica è stato efficace”, sottolineavano, affermando che il boicottaggio aveva contribuito a porre fine alla legalizzazione della discriminazione e della ghettizzazione in quel Paese, aggiungendo: “Ma Israele è trattato con i guanti bianchi… Questo sostegno internazionale deve finire”.

Questo era vero 15 anni fa; lo è purtroppo anche oggi.

Il prezzo dell’impunità

Leggendo i documenti del BDS della metà e della fine degli anni 2000, mi colpisce soprattutto la misura del deterioramento del terreno politico e umano. Negli anni successivi, Israele ha costruito più muri, eretto più posti di blocco, sguinzagliato più coloni illegali e lanciato guerre molto più letali. Tutto è peggiorato: il vetriolo, la rabbia, il giustificazionismo. È chiaro che l’impunità – il senso di impermeabilità e intoccabilità riservato a Israele che sta alla base del trattamento riservato ai palestinesi – tutto questo non è una forza statica. Si comporta piuttosto come una fuoriuscita di petrolio: una volta rilasciata, si riversa all’esterno, avvelenando tutto e tutti quelli che incontra. Si diffonde in superficie e affonda in profondità.

Da quando è stato lanciato l’appello originale per il BDS nel luglio 2005, il numero di coloni che vivono illegalmente in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è esploso, raggiungendo una cifra stimata di 700.000 persone – vicina al numero di palestinesi espulsi durante la Nakba del 1948. Con l’espansione degli avamposti dei coloni, è aumentata anche la violenza degli attacchi dei coloni contro i palestinesi, mentre l’ideologia della supremazia ebraica e persino il palese fascismo si sono spostati al centro della cultura politica in Israele.

Quando ho scritto il mio primo articolo sul BDS, c’era un consenso nell’opinione pubblica che l’analogia con il Sudafrica fosse inappropriata e che la parola “apartheid”, usata da studiosi di diritto palestinese, attivisti e organizzazioni per i diritti umani, fosse inutilmente infiammatoria. Ora, tutti, da Human Rights Watch ad Amnesty International, fino alla principale organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, hanno condotto studi accurati e sono giunti all’ineluttabile conclusione che apartheid è effettivamente il termine legale corretto per descrivere le condizioni in cui israeliani e palestinesi conducono vite nettamente diseguali e segregate. Anche Tamir Pardo, l’ex capo dell’agenzia di intelligence Mossad, ha ammesso il punto: “Qui c’è uno stato di apartheid”, ha detto a settembre. “Un territorio in cui due persone sono giudicate in base a due sistemi legali diversi, è uno stato di apartheid”.

Inoltre, molti ora capiscono che l’apartheid non esiste solo nei territori occupati, ma anche all’interno dei confini israeliani del 1948, un caso illustrato in un importante rapporto del 2022 di una coalizione di gruppi palestinesi per i diritti umani organizzata da Al-Haq. È difficile sostenere il contrario quando l’attuale governo di estrema destra israeliano è salito al potere con un accordo di coalizione che afferma: “Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e indiscutibile su tutte le aree della Terra d’Israele… la Galilea, il Negev, il Golan, la Giudea e la Samaria”.

Quando regna l’impunità, tutto si può spostare e muoversi, anche la frontiera coloniale. Nulla rimane statico.

Poi c’è Gaza. Il numero di palestinesi uccisi nell’operazione ‘Piombo Fuso’ sembrava inarrivabile all’epoca. Ben presto abbiamo capito che non si trattava di un evento isolato. Al contrario, quell’operazione ha inaugurato una nuova politica omicida che i funzionari militari israeliani chiamavano disinvoltamente “falciare l’erba”: ogni due anni portava una nuova campagna di bombardamenti, che uccideva centinaia di palestinesi o, nel caso dell’operazione ‘Protective Edge’ del 2014, più di 2.000, tra cui 526 bambini.

Quei numeri hanno scioccato ancora una volta e hanno scatenato una nuova ondata di proteste. Non è stato comunque sufficiente a privare Israele della sua impunità, che ha continuato a essere protetta dall’immancabile veto degli Stati Uniti all’ONU, oltre che dal costante flusso di armi. Più corrosiva della mancanza di sanzioni internazionali è stata la ricompensa: negli ultimi anni, accanto a tutta questa illegalità, Washington ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e vi ha trasferito la propria ambasciata. Ha anche mediato i cosiddetti accordi di Abramo, che hanno dato il via a lucrosi accordi di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Sudan e il Marocco.

È stato Donald Trump a iniziare a inondare Israele con questi ultimi e tanto desiderati regali, ma il processo è proseguito senza soluzione di continuità sotto Joe Biden. Così, alla vigilia del 7 ottobre, Israele e Arabia Saudita erano sul punto di firmare quello che era stato salutato come “l’accordo del secolo”.

Dove erano i diritti e le aspirazioni dei palestinesi in tutti questi accordi? Assolutamente da nessuna parte. Perché l’altra cosa che era scomparsa in questi anni di impunità era qualsiasi indicazione che Israele intendesse tornare al tavolo dei negoziati. L’obiettivo chiaro era quello di schiacciare il movimento palestinese per l’autodeterminazione usando la forza, oltre all’isolamento fisico e politico e alla frammentazione.

Sappiamo come sono andati i capitoli successivi di questa storia. L’orribile attacco di Hamas del 7 ottobre. La furiosa determinazione di Israele a sfruttare quei crimini per fare ciò che alcuni alti dirigenti del governo volevano fare da tempo: sfollare i palestinesi da Gaza, cosa che attualmente sembra si stia tentando di fare attraverso la combinazione di uccisioni dirette, demolizioni in massa di case (“domicidi“), diffusione di fame, sete e malattie infettive e, infine, espulsioni di massa.

Sia chiaro: questo è ciò che significa permettere a uno stato di diventare canaglia, lasciare che l’impunità regni incontrollata per decenni, usando i veri traumi collettivi subiti dal popolo ebraico come scusa e storia inesauribile di copertura. Un’impunità del genere non inghiottirà un solo paese, ma tutti i paesi con cui è alleato. Inghiottirà l’intera architettura internazionale del diritto umanitario forgiata tra le fiamme dell’olocausto nazista. Se glielo permettiamo.

Un decennio di attacchi legali al BDS

Il che solleva un’altra questione che non è rimasta stabile negli ultimi due decenni: l’ossessione crescente di Israele per la repressione del BDS, a prescindere dal costo dei diritti politici faticosamente conquistati. Nel 2009, i critici del BDS sostenevano molti motivi per cui l’iniziativa era una cattiva idea. Alcuni temevano che i boicottaggi culturali e accademici avrebbero interrotto il necessario collegamento con gli israeliani progressisti, e temevano che si sarebbe sfociati nella censura. Altri hanno sostenuto che le misure punitive creerebbero un contraccolpo e sposterebbero Israele più a destra.

È quindi sorprendente, guardando indietro, che quei primi dibattiti siano praticamente scomparsi dalla sfera pubblica, e non perché una parte abbia vinto la discussione. Sono scomparsi perché l’intera idea di avere un dibattito è stata soppiantata da un’unica strategia: usare l’intimidazione legale e istituzionale per mettere le tattiche BDS fuori portata e chiudere il movimento.

Finora negli Stati Uniti sono state presentate 293 proposte di legge anti-BDS in tutto il Paese e sono state promulgate in 38 Stati, secondo Palestine Legal, che ha seguito da vicino questa ondata. Alcune leggi prendono di mira i finanziamenti universitari, altre richiedono che chiunque riceva un contratto con uno stato o lavori per uno stato firmi un contratto in cui si impegna a non boicottare Israele, e “alcune chiedono allo stato di compilare liste nere pubbliche degli enti che boicottano i diritti dei palestinesi o sostengono il BDS”. In Germania, invece, il sostegno a qualsiasi forma di BDS è sufficiente per causare la revoca di premi, il ritiro di finanziamenti, la cancellazione di spettacoli e conferenze (cosa che ho sperimentato di persona).

Questa strategia è, naturalmente, più aggressiva all’interno di Israele stesso. Nel 2011, il Paese ha promulgato la Legge per la Prevenzione dei Danni allo Stato di Israele causati dal Boicottaggio, stroncando sul nascere il nascente movimento Boycott from Within. Il centro legale Adalah, un’organizzazione che lavora per i diritti delle minoranze arabe in Israele, spiega che la legge “proibisce la promozione pubblica del boicottaggio accademico, economico o culturale da parte di cittadini e organizzazioni israeliane contro le istituzioni israeliane o gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. La legge consente di intentare cause civili contro chiunque inviti al boicottaggio”. Come le leggi di alcuni stati USA, “proibisce anche a chi sostiene il boicottaggio di partecipare a qualsiasi gara d’appalto pubblica”. Nel 2017, Israele ha iniziato a vietare apertamente l’ingresso in Israele agli attivisti pro-BDS; 20 gruppi internazionali sono stati inseriti nella cosiddetta lista nera BDS, tra cui l’organizzazione contro la guerra Jewish Voice for Peace.

Nel frattempo, in tutti gli Stati Uniti, i lobbisti delle compagnie del petrolio e del gas e i produttori di armi stanno prendendo spunto dall’offensiva legale anti-BDS e stanno spingendo legislazioni simili per limitare le campagne di disinvestimento che prendono di mira i loro clienti. “Questo dimostra perché è così pericoloso permettere questo tipo di divieto di parlare di Palestina”, ha dichiarato Meera Shah, avvocata senior di Palestine Legal, alla rivista Jewish Currents. “Perché non solo è dannoso per il movimento per i diritti dei palestinesi, ma finisce per danneggiare altri movimenti sociali”. Ancora una volta, nulla rimane statico, l’impunità si espande, e quando i diritti di boicottaggio e disinvestimento vengono tolti per la solidarietà palestinese, viene tolto anche il diritto di usare questi stessi strumenti per spingere l’azione per il clima, il controllo delle armi e i diritti LGBTQ+.

In un certo senso, questo è un vantaggio, perché offre l’opportunità di approfondire le alleanze tra i movimenti. Tutte le principali organizzazioni progressiste e i sindacati hanno interesse a proteggere il diritto al boicottaggio e al disinvestimento come principi fondamentali della libera espressione e strumenti critici di trasformazione sociale. Il piccolo team di Palestine Legal ha guidato la spinta negli Stati Uniti in modo straordinario, presentando cause in tribunale che contestano l’incostituzionalità delle leggi anti-BDS e sostenendo le cause di contenuto opposto. Questi attivisti meritano molto più sostegno.

È finalmente arrivato il momento del BDS?

C’è un altro motivo per rincuorarsi: il motivo per cui Israele insegue il BDS con tanta ferocia è lo stesso per cui tanti attivisti hanno continuato a crederci nonostante questi attacchi su più fronti. Perché può funzionare.

Lo abbiamo visto quando compagnie mondiali hanno iniziato a ritirarsi dal Sudafrica negli anni Ottanta. Non perché fossero improvvisamente colpite da illuminazioni morali antirazziste. Ma, quando il movimento è diventato internazionale e le campagne di boicottaggio e disinvestimento hanno iniziato a influenzare le vendite di auto e i clienti delle banche al di fuori del paese, queste aziende hanno calcolato che sarebbe costato loro di più rimanere in Sudafrica che andarsene. I governi occidentali hanno iniziato poi a imporre sanzioni per ragioni simili.

Questo ha danneggiato il settore imprenditoriale sudafricano, parti del quale hanno esercitato pressioni sul governo dell’apartheid affinché facesse concessioni ai movimenti di liberazione dei neri che da decenni si ribellavano all’apartheid con rivolte, scioperi di massa e resistenza armata. I costi del mantenimento di uno status quo crudele e violento erano sempre più alti, anche per l’élite sudafricana.

Da ultimo, alla fine degli anni ’80, la tenaglia di pressioni dall’esterno e dall’interno si è fatta così intensa da costringere il presidente Frederik de Klerk a rilasciare Nelson Mandela dal carcere dopo 27 anni e a indire le elezioni con voto uninominale che portarono Mandela alla presidenza.

Le organizzazioni palestinesi che hanno mantenuto viva la fiamma del BDS in anni molto bui ripongono ancora la loro speranza nel modello sudafricano di pressione esterna. In effetti, mentre Israele perfeziona l’architettura e l’ingegneria della ghettizzazione e dell’espulsione, questa potrebbe essere l’unica speranza.

Questo perché Israele è molto più immune dalle pressioni interne dei palestinesi di quanto non lo fossero i sudafricani bianchi sotto l’apartheid, che dipendevano dalla manodopera nera per tutto, dal lavoro domestico all’estrazione dei diamanti. Quando i neri sudafricani ritiravano la loro manodopera o si impegnavano in altri tipi di disordini economici, non potevano essere ignorati.

Israele ha imparato dalla vulnerabilità del Sudafrica: dagli anni ’90, la sua dipendenza dalla manodopera palestinese è diminuita costantemente, in gran parte grazie ai cosiddetti lavoratori ospiti e all’afflusso di circa un milione di ebrei dall’ex Unione Sovietica. Ciò ha contribuito a rendere possibile il passaggio dal modello di oppressione dell’occupazione all’odierno modello di ghettizzazione, che tenta di far scomparire i palestinesi dietro imponenti mura con sensori ad alta tecnologia e con la tanto decantata difesa aerea Iron Dome di Israele.

Ma questo modello – chiamiamolo “bolla fortificata” – comporta delle vulnerabilità proprie, e non solo nei confronti degli attacchi di Hamas. La vulnerabilità più sistemica deriva dall’estrema dipendenza di Israele dal commercio con l’Europa e il Nord America, per qualsiasi cosa, dal settore del turismo a quello della tecnologia di sorveglianza alimentata dall’intelligenza artificiale. Il marchio che Israele ha creato per se stesso è quello di un avamposto occidentale nel deserto, una piccola bolla di San Francisco o Berlino che si trova per caso nel mondo arabo.

Questo la rende particolarmente suscettibile alle tattiche del BDS, compresi i boicottaggi culturali e accademici. Perché quando le pop star, per evitare polemiche, cancellano le loro tappe a Tel Aviv, e le prestigiose università statunitensi tagliano i loro partenariati ufficiali con le università israeliane dopo aver assistito alla distruzione di numerose scuole e università palestinesi, e quando le persone di prestigio non scelgono più Eilat per le loro vacanze perché i loro follower su Instagram non ne rimarrebbero impressionati, si mina l’intero modello economico di Israele e il suo senso di sé.

Ciò introdurrà pressione laddove oggi i leader israeliani ne sentono chiaramente poca. Se le aziende tecnologiche e ingegneristiche globali smetteranno di vendere prodotti e servizi alle forze armate israeliane, la pressione aumenterà ulteriormente, forse abbastanza da spostare le dinamiche politiche. Gli israeliani vogliono fortemente far parte della comunità mondiale e, se si trovano improvvisamente isolati, molti più elettori potrebbero iniziare a chiedere alcune delle azioni che gli attuali leader israeliani respingono a priori, come negoziare con i palestinesi per una pace duratura radicata nella giustizia e nell’uguaglianza definite dal diritto internazionale, piuttosto che cercare di proteggere la propria bolla fortificata con il fosforo bianco e la pulizia etnica.

Il problema, naturalmente, è che per far funzionare le tattiche nonviolente del BDS, le vittorie non possono essere sporadiche o marginali. Devono essere sostenute e popolari, almeno quanto la campagna sudafricana, che ha visto grandi aziende come General Motors e Barclays Bank ritirare i loro investimenti, mentre artisti di fama come Bruce Springsteen e Ringo Starr si sono uniti a un supergruppo tipicamente anni ’80 per intonare “ain’t gonna play Sun City” (“non andrò a cantare a Sun City”, un riferimento all’iconico resort di lusso del Sudafrica).

Il movimento BDS contro l’ingiustizia di Israele è certamente cresciuto negli ultimi 15 anni; Barghouti stima che i “sindacati dei lavoratori e degli agricoltori, così come i movimenti per la giustizia razziale, sociale, di genere e climatica” che lo sostengono “rappresentano collettivamente decine di milioni in tutto il mondo”. Ma il movimento non ha ancora raggiunto il punto di svolta realizzato nel Sudafrica.

Questo ha avuto un costo. Non c’è bisogno di essere uno storico delle lotte di liberazione per sapere che quando le tattiche moralmente guidate vengono ignorate, messe in disparte, infangate e bandite, allora altre tattiche – svincolate da quelle preoccupazioni etiche – diventano molto più attraenti per le persone che cercano disperatamente una speranza di cambiamento.

Non sapremo mai come il presente sarebbe potuto essere diverso se un maggior numero di individui, organizzazioni e governi avessero ascoltato l’appello del BDS lanciato dalla società civile palestinese nel 2005. Quando ho contattato Barghouti qualche giorno fa, non guardava a due decenni, ma a 75 anni di impunità. Israele, ha detto, “non sarebbe stato in grado di perpetrare il suo genocidio teletrasmesso che è in corso a Gaza senza la complicità di stati, aziende e istituzioni con il suo sistema di oppressione”. La complicità, ha sottolineato, è qualcosa che tutti noi abbiamo il potere di rifiutare.

Una cosa è certa: le attuali atrocità a Gaza rafforzano drammaticamente la causa del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni. Le tattiche nonviolente che molti consideravano estreme, o per cui temevano di essere etichettati come antisemiti, appaiono molto diverse alla luce fioca di due decenni di carneficina, con nuove macerie che si accumulano sulle vecchie, nuovi lutti e traumi impressi nella psiche delle nuove generazioni e nuove profondità di depravazione raggiunte sia nelle parole che nei fatti.

Domenica scorsa, per il suo ultimo programma su MSNBC, Mehdi Hasan ha intervistato il fotoreporter palestinese di Gaza Motaz Azaiza, che rischia la propria vita, giorno dopo giorno, per portare al mondo le immagini delle uccisioni di massa di Israele. Il suo messaggio ai telespettatori statunitensi è stato netto: “Non definirti una persona libera se non puoi fare dei cambiamenti, se non puoi fermare un genocidio che è ancora in corso”.

In un momento come il nostro, siamo ciò che facciamo. Molte persone hanno fatto più che mai: bloccando le spedizioni di armi, occupando le sedi del governo per chiedere un cessate il fuoco, unendosi alle proteste di massa, dicendo la verità, per quanto difficile. La combinazione di queste azioni potrebbe aver contribuito allo sviluppo più significativo nella storia del BDS: la richiesta del Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia (CIG) dell’Aia che accusa Israele di commettere genocidio e chiede misure provvisorie per fermare l’attacco a Gaza.

Una recente analisi del quotidiano israeliano Haaretz osserva che se la Corte Internazionale di Giustizia si pronuncerà a favore del Sudafrica, anche se gli Stati Uniti dovessero porre il veto all’intervento militare presso le Nazioni Unite, “un’ingiunzione potrebbe comportare l’ostracizzazione di Israele e delle aziende israeliane e l’assoggettamento a sanzioni imposte da singoli paesi o blocchi”.

I boicottaggi di base, nel frattempo, stanno già iniziando a dare i loro frutti. A dicembre, Puma – uno dei principali bersagli del BDS – ha fatto sapere che interromperà la sua controversa sponsorizzazione della squadra nazionale di calcio israeliana. Prima ancora, c’è stato un esodo di artisti da un importante festival del fumetto in Italia, dopo che è emerso che l’ambasciata israeliana era tra gli sponsor. Questo mese, l’amministratore delegato di McDonald’s, Chris Kempczinski, ha scritto che quella che ha definito “disinformazione” stava avendo “un impatto commerciale significativo” su alcune vendite in “diversi mercati del Medio Oriente e in alcuni al di fuori della regione”. Il riferimento era all’ondata di indignazione suscitata dalla notizia che McDonald’s Israele aveva donato migliaia di pasti ai soldati israeliani. Kempczinski ha cercato di separare il marchio globale dagli “operatori locali”, ma pochi nel movimento BDS sono convinti della distinzione.

Sarà inoltre fondamentale, mentre lo slancio per il BDS continua a crescere, essere consapevoli del fatto che ci troviamo nel mezzo di un’allarmante e reale ondata di crimini d’odio, molti dei quali diretti contro palestinesi e musulmani, ma anche contro aziende e istituzioni ebraiche semplicemente perché sono ebree. Questo è antisemitismo, non attivismo politico.

Il BDS è un movimento serio e non violento con un modello di governo consolidato. Pur lasciando agli organizzatori locali l’autonomia di determinare quali campagne funzioneranno nelle loro aree, il comitato nazionale BDS (BNC) stabilisce i principi guida del movimento e seleziona attentamente un piccolo gruppo di obiettivi aziendali ad alto impatto, scelti “a causa della loro comprovata complicità nelle violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele”.

Il BNC è anche molto chiaro sul fatto che non chiede il boicottaggio di singoli israeliani perché sono israeliani, affermando che “rifiuta, per principio, il boicottaggio di individui basato sulla loro opinione o identità (come la cittadinanza, la razza, il genere o la religione)”. In altre parole, i bersagli sono istituzioni complici del sistema di oppressione, non persone.

Nessun movimento è perfetto. Ogni movimento farà dei passi falsi. La domanda più urgente ora, tuttavia, ha poco a che fare con la perfezione. È semplicemente questa: cosa ha le maggiori possibilità di cambiare uno status quo moralmente intollerabile, fermando al contempo ulteriori spargimenti di sangue? L’indomito giornalista di Haaretz Gideon Levy non si fa illusioni su ciò che sarà necessario. Recentemente ha detto a Owen Jones: “La chiave è nella comunità internazionale – voglio dire, Israele non cambierà da solo… La formula è molto semplice: finché gli israeliani non pagheranno e non saranno puniti per l’occupazione e non ne risponderanno e non la sentiranno quotidianamente, non cambierà nulla”.

È tardi

Nel luglio 2009, pochi mesi dopo la pubblicazione del mio articolo originale sul BDS, mi sono recata a Gaza e in Cisgiordania. A Ramallah ho tenuto una conferenza sulla mia decisione di sostenere il BDS. Ho incluso le mie scuse per non aver aggiunto la mia voce prima, e ho confessato di aver avuto paura: paura che la tattica fosse troppo estrema se rivolta a uno stato forgiato dal trauma ebraico; paura di essere accusata di tradire il mio popolo. Paure che ho ancora.

“Meglio tardi che mai”, mi ha detto un gentile spettatore dopo la conferenza.

Era tardi allora, è ancora più tardi adesso. Ma non è troppo tardi. Non è troppo tardi per tutti noi per creare una nostra politica estera dal basso, che intervenga nella cultura e nell’economia in modi intelligenti e strategici – modi che offrano una speranza tangibile che i decenni di impunità incontrollata di Israele cessino finalmente.

Come ha chiesto la settimana scorsa il comitato nazionale BDS: “Se non ora, quando? Il movimento anti-apartheid sudafricano si è organizzato per decenni per ottenere un ampio sostegno internazionale che portasse alla caduta dell’apartheid; e l’apartheid è caduto. La libertà è inevitabile. È il momento di agire per unirsi al movimento per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza in Palestina”.

Basta. È ora di boicottare.

Fonte: The Guardian

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

Il Gruppo Carrefour, azienda multinazionale della grande distribuzione con sede in Francia che possiede più di 3.400 negozi nel mondo, è coinvolto nei crimini di guerra commessi dal regime israeliano di occupazione, colonizzazione e apartheid contro il popolo palestinese.

L'8 marzo 2022, la multinazionale francese Carrefour ha annunciato un nuovo accordo di franchising con la società israeliana Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan, entrambe attive nelle colonie israeliane illegali. Secondo questa nuova partnership con Electra Consumer Products, le bandiere di Carrefour sventolano nell'Israele dell’apartheid, e tutti i negozi Yenot Bitan - più di 150 fino ad oggi - hanno accesso ai prodotti del marchio Carrefour.

Questa decisione rende Carrefour complice dei crimini di guerra commessi dal regime israeliano di occupazione, colonizzazione e apartheid contro il popolo palestinese.

Israele può mantenere il suo regime di colonialismo di insediamento e di apartheid sul popolo palestinese soltanto grazie al sostegno di governi, imprese e istituzioni alle quali dobbiamo chiedere conto del loro ruolo nel consolidamento e nel radicamento di un regime criminale di ingiustizia e di oppressione che dura da 75 anni.

La partnership firmata dal Gruppo Carrefour con Electra Consumer Products e la sua filiale di distribuzione Yenot Bitan è direttamente legata alla fornitura di servizi a sostegno dell'esistenza e del mantenimento delle colonie, nonché all'utilizzo delle risorse naturali palestinesi a fini commerciali da parte loro.

Inoltre, il Gruppo Carrefour e le sue filiali locali sostengono apertamente l'esercito di occupazione israeliano nel massacro che si sta svolgendo a Gaza, consegnando razioni alimentari ai suoi soldati. Ciò costituisce un sostegno logistico al genocidio dei palestinesi a Gaza.

Insieme, portiamo avanti il boicottaggio contro Carrefour!

Il 12 dicembre 2022, il Comitato nazionale palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BNC) ha lanciato la campagna #BoycottCarrefour, chiamando i sostenitori dei diritti dei palestinesi a boicottare il Gruppo Carrefour in tutto il mondo fino a quando:

  • non rescinderà l'accordo di franchising con Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitant; e
  • non sospenderà ogni vendita di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani illegali nelle migliaia di supermercati e di negozi locali che gestisce nel mondo.

Nel novembre 2022, un rapporto co-firmato da 7 grandi organizzazioni della società civile francese (aggiornato nell’ottobre 2023), ha rivelato al mondo la complicità del Gruppo Carrefour nei crimini commessi dal regime di oppressione israeliano contro il popolo palestinese.

Rafforziamo la campagna di boicottaggio di Carrefour anche in Italia con azioni di boicottaggio e di pressione:

Scrivi a Carrefour: Stop alle complicità con i crimini di Israele

Scrivi a Carrefour per chiedere di interrompere la partnership con le aziende israeliane Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan e di porre fine alle complicità con le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte del regime israeliano di colonialismo, occupazione e apartheid.

Queste aziende israeliane sono coinvolte attivamente nella colonizzazione illegale, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Inoltre Il Gruppo Carrefour e le sue filiali locali danno un sostegno logistico all'esercito di occupazione israeliano nel massacro che si sta svolgendo a Gaza, fornendo razioni alimentari ai soldati.

Chiediamo a Carrefour di rispettare la sua stessa Carta d’Impegno di Responsabilità Sociale d’Impresa, secondo la quale si impegna a evitare “qualsiasi condotta che possa configurare complicità in abusi dei diritti umani da parte di persone e entità con cui ha rapporti commerciali o da parte di organizzazioni governative o non-governative.”


Spett.le Carrefour Italia,

Recentemente ho appreso che il Gruppo Carrefour ha firmato un contratto di franchising con due società israeliane, la Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan, coinvolte attivamente nella colonizzazione israeliana, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Questa decisione rende Carrefour complice dei crimini di guerra commessi dal regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid nei confronti del popolo indigeno palestinese.

Inoltre, il Gruppo Carrefour e le sue filiali locali sostengono apertamente l'esercito di occupazione israeliano nel massacro che si sta svolgendo a Gaza, fornendo migliaia di razioni alimentari ai soldati. Ciò costituisce un sostegno logistico a un'operazione militare che colpisce indiscriminatamente la popolazione civile, in gran parte bambini e donne, e si caratterizza come un crimine di genocidio, secondo il diritto internazionale.

Ritengo inammissibile il coinvolgimento della vostra azienda nelle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Ciò è tra l’altro anche in contrasto con la Carta d’Impegno di Responsabilità Sociale d’Impresa pubblicata sul vostro sito internet, secondo la quale Carrefour si impegna a evitare“ qualsiasi condotta che possa configurare complicità in abusi dei diritti umani da parte di persone e entità con cui ha rapporti commerciali o da parte di organizzazioni governative o non-governative.”

Il Gruppo Carrefour, come molte altre aziende occidentali, ha deciso di protestare contro la Russia a causa dell’invasione dell’Ucraina rimuovendo i prodotti russi dai suoi negozi. Mi aspetterei che Carrefour prendesse una posizione altrettanto decisa di fronte alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale che Israele continua a compiere nei confronti dei palestinesi.

Il Gruppo Carrefour non dovrebbe sostenere un regime di apartheid e di colonizzazione che sta compiendo un genocidio.

Chiedo al Gruppo Carrefour di porre fine alla partnership con Electra Consumer Products e la sua controllata Yenot Bitan e di cessare tutte le vendite di prodotti provenienti da insediamenti israeliani illegali in tutti i supermercati e minimarket della catena.

Fino a quando il Gruppo Carrefour non smetterà essere complice delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale e di trarre profitto dall’oppressione di Israele nei confronti del popolo palestinese, ho deciso di boicottare tutti i supermercati e i negozi a marchio Carrefour. Inoltre inviterò tutti i miei famigliari e conoscenti a partecipare a questo boicottaggio.

È una posizione etica di cui sono orgoglioso.

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BDS Italia

Perché medici e professionisti della salute dovrebbero occuparsi della guerra?

Lo dice chiaramente la “Dichiarazione in favore della pace delle società scientifiche sanitarie” promossa dall’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), insieme alla rivista Epidemiologia & Prevenzione (E&P): chi ha il compito professionale e morale di operare per il diritto alla salute non può non considerare uno dei suoi principali determinanti: il militarismo e le guerre a esso collegate.

Nel suo recentissimo libro Guerra o salute: dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace, Pirous Fateh-Moghadem analizza in modo estremamente documentato alcune caratteristiche intrinseche di tutti i conflitti armati, compresa l’impossibilità di discriminare tra obiettivi militari e civili (inclusi ospedali e strutture sanitarie).

Nelle guerre più recenti, tuttavia, abbiamo assistito a un tragico salto di paradigma: la distruzione di ospedali si trasforma da “danno collaterale”, ossia conseguenza indesiderata dovuta appunto all’incapacità di distinguere tra obiettivi legittimi e no, in un vero e proprio obiettivo intenzionale. Gaza ne è un esempio eclatante.

Dal 7 ottobre 2023 la Striscia di Gaza [1] è sotto continuo bombardamento da parte dell’esercito israeliano, con più di 11.500 vittime (tra cui circa 4.500 bambini) e oltre 20.000 feriti, sfollamenti di massa della popolazione e diffusa distruzione di proprietà civili e infrastrutture. In questo periodo l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 335 attacchi all’assistenza sanitaria nei territori palestinesi occupati, 178 dei quali nella Striscia di Gaza con 202 morti tra gli operatori sanitari in servizio. A seguito di questi attacchi e della carenza di carburante, medicinali, acqua potabile e altre risorse essenziali, la capacità dei posti letto ospedalieri a Gaza è scesa da 3.500 prima del 7 ottobre a 1.400, lasciando lacune critiche per i pazienti con ferite e altre malattie che richiedono il ricovero ospedaliero [2].

Questa guerra di Gaza, talmente asimmetrica nel dispiegamento delle sue opposte forze da non essere degna – secondo l’intellettuale americano Noam Chomsky – di questo nome, appare sempre più come una “guerra agli ospedali”.

Da quando Hamas ha vinto libere elezioni legislative palestinesi nel 2006, Israele ha ripetutamente affermato che le strutture civili a Gaza, come università, scuole e, soprattutto, ospedali, sono nascondigli per Hamas e le sue armi. Sebbene privo di prove concrete a sostegno di tali affermazioni, le ha ripetutamente utilizzate per giustificare il bombardamento di strutture civili.

In realtà, al di là dell’ovvia debolezza della tesi del “danno collaterale”, questa guerra di Gaza, talmente asimmetrica nel dispiegamento delle sue opposte forze da non essere degna, secondo l’intellettuale americano Noam Chomsky [3], di questo nome, appare sempre più come una “guerra agli ospedali”.

È ciò che è successo all’ospedale al Shifa, il più grande dell’intera Palestina occupata. Racconta così quel momento Chris Hedges, giornalista ed ex corrispondente di guerra statunitense:

“È notte. I carri armati israeliani sparano direttamente verso il complesso ospedaliero. Lunghi lampi rossi orizzontali. Un attacco deliberato a un ospedale. Un crimine di guerra deliberato. Un massacro deliberato dei civili più indifesi, compresi i malati più gravi e i neonati. … Ci sediamo davanti ai monitor. Restiamo in silenzio. Sappiamo cosa significa. Senza energia. No acqua. Senza internet. Nessuna fornitura medica. Ogni bambino in un’incubatrice morirà. Ogni paziente in dialisi morirà. Tutti quelli che si trovano nel reparto di terapia intensiva moriranno. Tutti coloro che hanno bisogno di ossigeno moriranno. Tutti coloro che avranno bisogno di un intervento chirurgico d’urgenza moriranno” [4].

Ma perché gli ospedali?

Secondo Nadav Weiman, ex-soldato israeliano, membro dell’ong Breaking the Silence, Israele sta applicando la “dottrina Dahiya” [5], elaborata nel 2006 dopo la guerra contro il Libano da una think tank dell’università di Tel Aviv. Tale strategia militare, utilizzata anche nell’attacco a Gaza del 2014, prevede l’uso di una forza sproporzionata sulle infrastrutture civili allo scopo di creare deterrenza. Con risultati fallimentari, si direbbe osservando gli eventi in corso. Tuttavia, se il risultato finale atteso non fosse tanto “scoraggiare” il nemico, ma l’azzeramento del sistema sanitario di Gaza avesse un altro fine, allora l’efficacia della “dottrina Dahiya” apparirebbe in tutta la sua disumana efficacia.

A detta di più di 800 esperti di studi sull’olocausto e sul genocidio [6] le forze israeliane stanno commettendo un genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. Dello stesso parere è Craig Mokhiber, dell’Alto commissariato per i diritti umani presso le Nazioni Unite, dimessosi dal suo incarico denunciando che “ancora una volta, stiamo assistendo a un genocidio sotto i nostri occhi e l’Onu sembra impotente a fermarlo” [7].

Le esplicite dichiarazioni di leader israeliani come Netanyahu, il presidente Herzog e il ministro della difesa Yoav Gallant confermano l’intento di commettere un genocidio. Gallant ha emesso il famigerato decreto che nega alla popolazione di Gaza cibo, acqua, carburante ed elettricità e paragona i civili palestinesi assediati ad “animali umani” che meritano di essere trattati “di conseguenza”, un linguaggio disumanizzante che dimostra l’intento genocida [8].

Israele, quindi, non sta facendo una guerra, non sta attaccando gli ospedali di Gaza perché sono “centri di comando di Hamas”. Israele sta sistematicamente e deliberatamente distruggendo le infrastrutture mediche di Gaza come parte di una campagna di terra bruciata per rendere Gaza inabitabile: una nuova Nakba [9], la totale pulizia etnica della Striscia di Gaza, e verosimilmente dell’intera Palestina occupata.

“Gli ospedali godono di protezioni speciali ai sensi del diritto internazionale umanitario”, ha affermato Omar Shakir, direttore di Human Rights Watch per Israele e Palestina. Inoltre, Israele come potenza occupante ha il “dovere di assicurare e mantenere, (…) le strutture e i servizi medici e ospedalieri, la sanità pubblica e l'igiene nel territorio occupato” [10].

Se perdiamo di vista l’etica professionale e il diritto internazionale volti a tutelare l’assistenza sanitaria, anche in tempo di guerra, finiamo in un percorso molto cupo che alcuni medici in Israele sembrerebbero indicare.

L’abisso morale rappresentato dalla guerra a Gaza non finisce qui. Un gruppo di circa cento “Medici per i diritti dei soldati israeliani” ha firmato una dichiarazione a favore del bombardamento dell’ospedale Al-Shifa, come “diritto legittimo” da parte dell’esercito israeliano [11].

La lettera rappresenta un’ovvia negazione della Dichiarazione di Ginevra, il “moderno giuramento di Ippocrate” della World Medical Association, particolarmente rilevante dopo i crimini medici commessi dal nazifascismo in Germania. La lettera dei medici israeliani rappresenta un rifiuto freddo, calcolato e flagrante dell’intera base di tale etica, vale a dire la nostra comune umanità e l’impegno a fornire assistenza sanitaria indipendentemente da chi ne abbia bisogno.

La loro lettera, improntata alla ripetizione costante del mantra dell’“autodifesa” intende far sì che il bombardamento degli ospedali – pieni di malati, feriti, personale medico e migliaia di persone che non hanno altro posto dove andare – diventi legittimo. I civili vengono improvvisamente resi non-persone, irrilevanti o superflui, semplicemente sulla base del fatto (non provato) che alcuni combattenti utilizzino lo stesso edificio.

Trovo singolare che il commento del direttore del Lancet al lavoro della "Commission on Medicine, Nazism, and the Holocaust”, il cui scopo è di “recuperare (…) i valori indivisibili e universali dell’umanità, della dignità umana e della difesa dei diritti individuali”, non citi questa notizia apparsa sui media internazionali ben due settimane prima della pubblicazione della sua rivista [12].

Se perdiamo di vista l’etica professionale e il diritto internazionale volti a tutelare l’assistenza sanitaria, anche in tempo di guerra, finiamo in un percorso molto cupo che alcuni medici in Israele sembrerebbero indicare. Ma che sono certo non riflettono le molte voci ebraiche coraggiose e convincenti che chiedono la pace.

Angelo Stefanini
Co-fondatore del Centro Salute Internazionale (CSI), Università di Bologna
Volontario del PCRF – Palestine Children’s Relief Fund

Bibliografia

  1. 365 km2, meno del comune di Ferrara ma con quasi 20 volte la sua popolazione.
  2. Who appalled by latest attack on Indonesian Hospital in Gaza, 20 novembre 2023
  3. Secondo il filosofo Noam Chomsky “Israele utilizza sofisticati aerei d’attacco e navi militari per bombardare campi profughi densamente affollati, scuole, condomini, moschee e baraccopoli, per attaccare una popolazione che non ha aviazione, difesa aerea, marina, mezzi pesanti, armi, nessuna unità di artiglieria, nessun armamento meccanizzato, nessun comando di controllo, nessun esercito… e la chiama guerra. Non è una guerra, è un omicidio”.
  4. Hedges C. The Horror, The Horror. The Chris Hedges Report, 11 novembre 2023.
  5. Weiman N. La “Dottrina Dahiya” e i deliberati bombardamenti di Israele sui civili di Gaza. Altreconomia, 15 novembre 2023.
  6. Public statement: Scholars warn of potential genocide in Gaza. TWAIL Review, 17 ottobre 2023.
  7. Mokhiber C. Palestina. “Un genocidio che si sta svolgendo sotto i nostri occhi”. Orient XXI, 6 novembre 2023.
  8. Fabian E. Defense minister announces ‘complete siege’ of Gaza: No power, food or fuel. The Times of Israel, 9 ottobre 2023.
  9. Al-Mughrabi N. Palestinians leaving besieged Gaza City fear new Nakba. Reuters, 9 novembre 2023.
  10. Durgham N. Israel-Palestine war: How and why did Gaza hospitals become primary targets? Middle East Eye, 14 novembre 2023.
  11. Deveci M. Israeli doctors group calls for bombing Al-Shifa hospital in Gaza. Anadolu Agency, 5 novembre 2023.
  12. Horton R. Medicine and the Holocaust—it’s time to teach. Lancet 2023; 394: 105.

Fonte: https://ilpunto.it/gaza-una-sfida-al-diritto-internazionale-e-alletica-medica/

I sindacati palestinesi chiedono alle loro controparti indiane di respingere qualsiasi accordo con il regime di apartheid israeliano che faciliterebbe la sostituzione dei lavoratori palestinesi con lavoratori indiani

I sindacati palestinesi chiedono alle loro controparti indiane di respingere qualsiasi accordo con il regime di apartheid israeliano che faciliterebbe la sostituzione dei lavoratori palestinesi con lavoratori indiani come parte della politica israeliana di assedio della popolazione palestinese. Se verrà approvato, l'accordo proposto rafforzerà la complicità dell'India nei gravi abusi di Israele contro il popolo palestinese. 

Israele sta portando avanti una guerra genocida contro 2,3 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza occupata e assediata, (NdT, al 13 nov. 2023) sono state uccise oltre 10.000 persone, tra cui oltre 4.500 bambini. Per 75 anni Israele ha imposto un regime di apartheid e colonialismo contro il popolo palestinese. La distruzione sistematica dell'economia palestinese da parte di Israele, le sue leggi discriminatorie e razziste e le sue restrizioni alla libertà di movimento e associazione, che colpiscono tutti i palestinesi, compresi i lavoratori, sono aspetti di questo regime coloniale di insediamento e di apartheid. 

Migliaia di lavoratori palestinesi affrontano umiliazioni e abusi quotidiani ai posti di blocco dell’esercito israeliano. Migliaia di lavoratori palestinesi in Israele sono stati detenuti e torturati nelle carceri israeliane della Cisgiordania occupata mentre Israele effettuava i suoi bombardamenti a tappeto su Gaza e molti hanno perso i loro mezzi di sussistenza a causa di ulteriori restrizioni ai movimenti. 

La richiesta di un simile accordo con l'India riflette il razzismo e la mercificazione dei lavoratori indiani da parte di Israele, dove viene chiesto loro di “sostituire” un altro gruppo di lavoratori che subiscono il genocidio. Questo razzismo si estende anche ad altri lavoratori migranti asiatici. Ad esempio, Human Rights Watch ha documentato gli abusi sui lavoratori tailandesi nel settore agricolo israeliano. 

Chiediamo un rinnovamento della solidarietà tra i lavoratori del Sud del mondo, in particolare tra i lavoratori indiani e palestinesi. Con l’aumento del commercio di armi e di prodotti agricoli tra India e Israele, la storica solidarietà dell’India con il popolo palestinese si è erosa. Ciò si è riflesso nell'astensione dell'India al voto dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco umanitario a Gaza. 

Ringraziamo i sindacati indiani, tra cui la federazione Construction Workers Federation of India, che si sono opposti a questo accordo in particolare. Chiediamo a tutti i sindacati indiani, e ai lavoratori in generale, di:

1. Rifiutare qualsiasi accordo razzista con Israele che faciliterebbe la sostituzione e l’ulteriore oppressione dei lavoratori palestinesi. Questo ci disumanizza tutti.

2. Sostenere le azioni sindacali volte a boicottare le aziende complici del regime di apartheid israeliano e del genocidio del popolo palestinese, e rifiutare la movimentazione delle merci israeliane, come stanno facendo i lavoratori di tutto il mondo e come avevano fatto in passato i lavoratori indiani al porto di Cochin.

3. Unirsi al grande movimento internazionale che chiede il cessate il fuoco e l'assunzione di responsabilità per i crimini contro il popolo palestinese.

Firmato:

  • Unione generale dei lavoratori palestinesi.
  • Unione palestinese dei lavoratori delle poste, dell'informatica e delle telecomunicazioni.
  • Federazione palestinese dei nuovi sindacati.
  • Federazione dei sindacati indipendenti.

Di Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS

L’obbligo etico più profondo in questo momento di carneficina è quello di agire per porre fine alla complicità

In tempi di carneficine, di agitazione gregaria e di polarizzazione tribale, molti potrebbero liquidare i principi etici come una seccatura o un lusso intellettuale. Io non posso e non voglio. Non desidero altro che vedere la fine di ogni violenza in Palestina e in ogni altro luogo, e proprio per questo mi impegno a lottare contro le cause profonde della violenza: l’oppressione e l’ingiustizia.

Ho cari amici e colleghi nel “campo di prigionia” di Gaza, come lo ha definito una volta l’ex primo ministro britannico David Cameron, un ghetto moderno i cui 2,3 milioni di residenti sono prevalentemente rifugiati che discendono da comunità che hanno subito massacri e pulizia etnica pianificata durante la Nakba del 1948. Il blocco illegale in atto da 16 anni da parte Israele, con l’aiuto degli Stati Uniti, dell’Europa e del regime egiziano, ha trasformato Gaza in una zona “invivibile“, secondo le Nazioni Unite, dove il sistema sanitario è quasi al collasso, quasi tutta l’acqua non è potabile, circa il 60% dei bambini è anemico e molti bambini soffrono di crescita stentata a causa della malnutrizione. Le storie strazianti di morte, distruzione e sfollamento che i miei amici stanno condividendo con me mi rendono contemporaneamente triste e indignato. Ma soprattutto mi spingono a contribuire ancora di più al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che ho co-fondato nel 2005, come mio modesto contributo alla nostra lotta di liberazione.

Il movimento BDS, antirazzista e nonviolento, sostenuto dai sindacati dei lavoratori e degli agricoltori, nonché dai movimenti per la giustizia razziale, sociale, di genere e climatica che rappresentano collettivamente decine di milioni di persone in tutto il mondo, si ispira alla lotta anti-apartheid sudafricana e al movimento per i diritti civili degli Stati Uniti. Ma affonda le sue radici in un’eredità secolare, spesso misconosciuta, di resistenza popolare indigena palestinese al colonialismo di insediamento e all’apartheid. Questa resistenza non violenta ha assunto molte forme, dagli scioperi di massa dei lavoratori, alle marce guidate dalle donne, alla diplomazia pubblica, alla costruzione di università, alla letteratura e all’arte.

Sostenuto dai movimenti di base, dai sindacati e dai partiti politici palestinesi che rappresentano la maggioranza assoluta dei palestinesi nella Palestina storica e in esilio, il BDS chiede di porre fine alla complicità statale, aziendale e istituzionale internazionale con il regime di oppressione di Israele, affinché i palestinesi possano godere dei diritti sanciti dalle Nazioni Unite. Ciò include la fine dell’occupazione militare e dell’apartheid, nonché il rispetto del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, riconosciuto a livello internazionale.

Una parte importante, ma spesso trascurata, del breve appello del BDS chiede alle persone di coscienza di tutto il mondo di “fare pressione sui vostri rispettivi stati affinché impongano embarghi e sanzioni contro Israele” e invita “gli israeliani di coscienza a sostenere questo appello, per il bene della giustizia e di una pace autentica”. In effetti, un piccolo ma significativo numero di israeliani ebrei si è unito al movimento e ha svolto un ruolo importante nelle nostre campagne che hanno portato i principali fondi di investimento, chiese, aziende, associazioni accademiche, squadre sportive, artisti, tra gli altri, a porre fine alla complicità, o a rifiutare di essere coinvolti, nelle violazioni dei diritti umani di Israele.

Questa volta, però, molti governi e media occidentali stanno ripetendo a pappagallo una perniciosa disinformazione, sostenendo che l’ultima crisi è iniziata il 7 ottobre con un attacco “non provocato” contro Israele. Definire non provocata l’incursione dei gruppi palestinesi non è solo immorale, ma è anche un tipico luogo comune razzista anti-palestinese che ci considera come esseri umani relativi che non meritano pieni diritti umani. Per quale altro motivo l’implacabile, lenta morte e la violenza strutturale che derivano dal regime di ingiustizia di Israele contro di noi, che dura da 75 anni, dovrebbero essere considerate invisibili o immeritevole di condanna e responsabilizzazione?

Mi ispirano le parole del filosofo brasiliano Paulo Freire, che ha scritto: “Con l’instaurazione di un rapporto di oppressione, la violenza è già iniziata. Mai nella storia la violenza è stata provocata dagli oppressi… La violenza è iniziata da coloro che opprimono, che sfruttano, che non riconoscono gli altri come persone, non da coloro che sono oppressi, sfruttati e non riconosciuti”. La reazione dell’oppresso, che la si consideri o meno legalmente o eticamente giustificabile, è sempre e solo questa, una reazione alla violenza iniziale dell’oppressore.

In armonia con il diritto internazionale, il movimento BDS ha sempre difeso il diritto del popolo palestinese di resistere all’occupazione militare e alla colonizzazione israeliana “con tutti i mezzi disponibili, compresa la resistenza armata”, come previsto da numerose risoluzioni dell’ONU, tra cui la UNGA Res. 37/43 e la UNGA Res. 45/130, con una stretta osservanza del divieto di “colpire i non combattenti”. È vietato danneggiare i civili, sia da parte dell’oppressore che dell’oppresso, nonostante l’enorme squilibrio di potere e l’altrettanto immensa asimmetria morale tra i due.

Anche prima del 7 ottobre, il governo di estrema destra di Israele, il più razzista, fondamentalista e sessista di sempre, aveva intensificato i suoi spietati attacchi alle vite e ai mezzi di sussistenza di milioni di palestinesi, nella più totale impunità. Il fatto che la Cisgiordania occupata sia sotto il parziale controllo dell’Autorità Palestinese, coinvolta nel “coordinamento della sicurezza” con l’occupazione israeliana, non ha salvato i palestinesi da una Nakba continua di pogrom, esecuzioni extragiudiziali, espropriazioni, annessioni, costruzione di insediamenti illegali, umiliazioni quotidiane e negazione dei diritti fondamentali.

Comprendere il contesto e le cause della resistenza non implica accettare le sue tattiche di attacco ai civili, e il contesto in questo caso è scioccante. I palestinesi di Gaza stanno affrontando un’ondata senza precedenti di bombardamenti israeliani indiscriminati, comprendenti proiettili al fosforo bianco, che hanno preso di mira scuole, università, interi quartieri residenziali, reti di telecomunicazioni, mercati, moschee, nonché operatori sanitari del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), personale delle Nazioni Unite e ambulanze, uccidendo oltre 1.030 bambini.

Ad aggravare questo orrore, l’esercito israeliano ha completamente interrotto la fornitura di acqua, cibo, medicine ed elettricità a Gaza, attuando la Dottrina Dahiya. Sviluppata nel 2008 in collaborazione con l’Università di Tel Aviv, questa dottrina prevede di colpire i civili e le infrastrutture civili con “forza sproporzionata” per infliggere distruzioni devastanti, un crimine di guerra. Martedì, un portavoce dell’esercito israeliano ha ammesso: “Negli attacchi (a Gaza) l’enfasi è sul danno, non sulla precisione”. Cercando di giustificare la sua decisione di imporre un “assedio totale” a milioni di palestinesi, il ministro della Guerra israeliano Yoav Gallant ha dichiarato: “Stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza”. Piangendo la perdita di vite civili da entrambe le parti, ma senza false equidistanze o ignorando l’oppressione che dura da decenni, Jewish Voice for Peace negli Stati Uniti ha condannato il razzismo di Gallant dicendo: “Come ebrei, sappiamo cosa succede quando le persone vengono chiamate animali. Possiamo e dobbiamo fermare tutto questo. Mai più significa mai più, per tutti”.

In effetti, qualche mese fa, lo studioso di genocidi Michael Barnett ha posto la domanda: “Israele è sull’orlo di un genocidio?”. Data la totale impunità di Israele, incoraggiata dalla radicata complicità di Stati Uniti ed Europa, e in un’atmosfera di prevalente disumanizzazione, lo studioso israeliano di genocidi Raz Segal ritiene che l’attacco a Gaza sia “un caso da manuale di genocidio“. In una situazione di violenza orribile come questa, la coerenza morale è indispensabile. Coloro che non hanno condannato la violenza originaria e continua dell’oppressione non hanno alcuna legittimazione morale per condannare atti di violenza illegali o immorali commessi dagli oppressi.

Soprattutto, l’obbligo etico più profondo in questi tempi è quello di agire per porre fine alla complicità. Solo così possiamo sperare di porre fine all’oppressione e alla violenza. Come molti altri, noi palestinesi amiamo e ci curiamo degli altri. Abbiamo paura e osiamo. Speriamo e a volte ci disperiamo. Ma soprattutto aspiriamo a vivere in un mondo più giusto, senza classifiche della sofferenza, senza gerarchie di valore umano e dove i diritti e la dignità umana di ognuno siano apprezzati e difesi. 

Fonte: The Guardian

Traduzione di BDS Italia

Israele è stato esplicito su ciò che sta realizzando a Gaza. Perché il mondo non ascolta?

di Raz Segal

VENERDÌ Israele ha ordinato alla popolazione assediata nella metà settentrionale della Striscia di Gaza di evacuare a sud, avvertendo che avrebbe presto intensificato il suo attacco alla metà superiore della Striscia. L'ordine ha lasciato più di un milione di persone, la metà delle quali sono bambini, che tentano freneticamente di fuggire in mezzo a continui attacchi aerei, in un'enclave circondata da muri dove nessuna destinazione è sicura. Come ha scritto il giornalista palestinese Ruwaida Kamal Amer oggi da Gaza, “i rifugiati da nord stanno già arrivando a Khan Younis, dove i missili non si fermano mai e stiamo esaurendo cibo, acqua e energia.” L'ONU ha avvertito che la fuga di persone dalla parte settentrionale di Gaza verso il sud creerà ”devastanti conseguenze umanitarie” e ”trasformerà quella che è già una tragedia in una situazione disastrosa.” Nell'ultima settimana, la violenza di Israele contro Gaza ha ucciso oltre 1.800 palestinesi, ferito migliaia e creato oltre 400.000 sfollati all'interno della striscia. Eppure il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu promesso oggi quello che abbiamo visto è ”solo l'inizio.”

La campagna israeliana per spostare gli abitanti di Gaza — e potenzialmente espellerli del tutto in Egitto — è un ulteriore capitolo della Nakba, in cui circa 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro case durante la guerra del 1948 che portò alla creazione dello Stato di Israele. Ma l'assalto a Gaza può anche essere compreso in altri termini: come un caso da manuale di genocidio che si svolge davanti ai nostri occhi. Lo dico come studioso di genocidio, che ha trascorso molti anni a scrivere sulla violenza di massa israeliana contro i palestinesi. Ho scritto del colonialismo dei coloni e della supremazia ebraica in Israele, dell’uso distorto dell'Olocausto per favorire la crescita dell’industria israeliana delle armi, dell’uso di accuse di antisemitismo per giustificare la violenza israeliana contro i palestinesi e del regime razzista israeliano di apartheid. Ora, in seguito all'attacco di Hamas di sabato e all'omicidio di massa di oltre 1.000 civili israeliani, sta accadendo il peggio del peggio.

Secondo il diritto internazionale, il crimine di genocidio è definito come ”l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale,” come definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite del dicembre 1948 sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio. Nel suo attacco omicida a Gaza, Israele ha proclamato a gran voce questo intento. Il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha dichiarato senza mezzi termini il 9 ottobre: ”Stiamo imponendo un assedio completo a Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente acqua, niente carburante. Tutto è chiuso. Stiamo combattendo contro animali umani e agiremo di conseguenza. ”I leader in Occidente hanno rafforzato questa retorica razzista descrivendo l'omicidio di massa di civili israeliani da parte di Hamas — un crimine di guerra ai sensi del diritto internazionale che ha giustamente provocato orrore e shock in Israele e nel mondo — come ”un atto di male assoluto,” nelle parole del presidente americano Joe Biden, o come una mossa che rifletteva un ”antico male,” nella terminologia del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Questo linguaggio disumanizzante è chiaramente calcolato per giustificare la distruzione su larga scala delle vite palestinesi; affermazione che si tratta del “male,” nella sua forma ”assoluta”, elude le distinzioni tra militanti di Hamas e civili di Gaza, e occulta il più ampio contesto di colonizzazione e occupazione.

La Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite elenca cinque atti che rientrano nella sua definizione. Israele sta attualmente perpetrando tre di questi a Gaza: “1. Uccidere membri del gruppo. 2. Causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo. 3. Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita calcolate per provocare la sua distruzione fisica in tutto o in parte.” L'aeronautica israeliana, dal per conto suo, finora ha lanciato oltre 6.000 bombe su Gaza, che è una delle aree più densamente popolate del mondo — più bombe di quelle che gli Stati Uniti hanno lanciato in qualsiasi anno di guerra sull'Afghanistan. Human Rights Watch ha confermato che le armi utilizzate includevano bombe al fosforo, che da fuoco a corpi umani ed edifici, creando fiamme che non si estinguono al contatto con l'acqua. Ciò dimostra chiaramente cosa voleva dire Gallant con “agire di conseguenza”: non prendere di mira i singoli militanti di Hamas, come sostiene Israele, ma scatenare una violenza mortale contro i palestinesi a Gaza “in quanto tali,” nella lingua della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite. Israele ha anche intensificato il suo assedio di 16 anni a Gaza — il più lungo nella storia moderna, in chiara violazione del diritto internazionale umanitario— ad un ”assedio completo,” nelle parole di Gallant. Questo giro di parole che indica esplicitamente un piano per portare l'assedio alla sua destinazione finale di distruzione sistematica dei palestinesi e della società palestinese a Gaza, uccidendoli, facendoli morire di fame, tagliando le loro riserve d'acqua e bombardando i loro ospedali.

Non sono solo i leader israeliani che usano tale linguaggio. Un intervistato su Channel 14 (canale televisivo pro-Netanyahu) ha chiesto a Israele di ”trasformare Gaza in Dresda.” Channel 12, la stazione di notizie più seguita di Israele, ha pubblicato un reportage sugli israeliani di sinistra che invocano alla ”danza su quella che era Gaza.” Nel frattempo, i verbi genocidi — richieste di ”cancellare“ e ”radere al suolo“ Gaza — sono diventati onnipresenti sui social media israeliani. A Tel Aviv, uno strizione con scritto ”Zero abitanti di Gaza“ è stato visto appeso a un ponte.

In effetti, l'assalto genocida di Israele a Gaza è abbastanza esplicito, aperto e spudorato. I perpetratori di genocidio di solito non esprimono le loro intenzioni così chiaramente, sebbene ci siano eccezioni. All'inizio del XX secolo, ad esempio, gli occupanti coloniali tedeschi hanno perpetrato un genocidio in risposta a una rivolta delle popolazioni indigene Herero e Nama nell'Africa sud-occidentale. Nel 1904, il generale Lothar von Trotha, il comandante militare tedesco, emise un "ordine di sterminio”, “giustificandolo con la logica di “guerra razziale”. “Nel 1908, le autorità tedesche hanno ucciso 10.000 Nama e hanno raggiunto l'obiettivo dichiarato di “distruggere gli Herero,” uccidendo 65.000 Herero, l'80% della popolazione. Gli ordini di Gallant il 9 ottobre non sono stati meno espliciti. L'obiettivo di Israele è distruggere i palestinesi di Gaza. E quelli di noi che guardano in tutto il mondo sono abbandonati alla propria responsabilità di impedire loro di farlo.

Fonte: https://jewishcurrents.org/a-textbook-case-of-genocide

Sul sito di Assopace Palestina è disponibile la versione italiana dell’ultimo rapporto di Francesca Albanese al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite sulla privazione della libertà nel Territorio Palestinese occupato.

 

https://www.assopacepalestina.org/2023/09/10/nuovo-rapporto-onu-di-francesca-albanese-sulla-privazione-della-liberta-personale-nel-territorio-palestinese-occupato/

Più di 285 organizzazioni, coalizioni o gruppi di base hanno già firmato la lettera della società civile globale che chiede all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) di riattivare il Comitato speciale contro l'apartheid (SCAA) e di unirsi per porre fine all'apartheid del 21° secolo, ovunque si verifichi.

Lanciata dalle organizzazioni della società civile palestinese riunite nel Movimento Palestinese Anti-Apartheid e sostenuta a livello internazionale da leader politici, diplomatici, personalità culturali, organizzazioni e persone di coscienza, questa iniziativa globale contro l'apartheid è diretta ad attivare i meccanismi delle Nazioni Unite per indagare e smantellare il regime di apartheid di Israele.

La lettera è stata pubblicata il 18 luglio, in occasione del Nelson Mandela International Day.

In Italia 50 organizzazioni hanno già firmato, inclusi molti Spazi Liberi dall'Apartheid Israeliana #SPLAI.

Trovate l'elenco aggiornato dei firmatari da tutto il mondo, classificati per regione e paesi, sul sito web del movimento anti-apartheid.

Ringraziando tutte le organizzazioni che hanno già firmato, chiediamo a organizzazioni sindacali, per i diritti umani, religiose, per la giustizia ambientale, per la giustizia di genere, contro la guerra e la militarizzazione, collettivi studenteschi, ecc.) di:

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La lettera in italiano:

LA SOCIETÀ CIVILE GLOBALE CONTRO L’APARTHEID
 

Un’iniziativa del Movimento Palestinese Anti-Apartheid

https://antiapartheidmovement.net/

"Sappiamo molto bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi".

-- Nelson Mandela

Decenni di mobilitazione da parte del popolo palestinese, insieme al recente sostegno della società civile globale, delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, degli esperti delle Nazioni Unite, dei capi di stato, dei parlamentari e dei diplomatici, hanno chiarito che l'apartheid non è solo una piaga del passato, ma una minaccia ancora persistente che richiede un'azione urgente.

Prove inconfutabili ed analisi inequivocabili da tutti questi ambienti dimostrano che Israele sta perpetrando il crimine di apartheid, un crimine contro l'umanità, contro il popolo palestinese.

Sotto l'attuale governo, il più apertamente di estrema destra, razzista, fondamentalista, sessista, omofobo e corrotto nella storia dello stato israeliano, la violenza decennale e l' oppressione del colonialismo di insediamento contro i nativi palestinesi sta assumendo forme sempre più brutali.

È ora che i popoli di tutto il mondo si uniscano e che le Nazioni Unite agiscano con urgenza. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) deve riattivare i meccanismi per porre fine definitivamente al crimine di apartheid e fare in modo che Israele sia ritenuto responsabile per averlo perpetrato.

Pertanto, chiediamo agli Stati membri di fare un primo passo in occasione della prossima Assemblea Generale e di riattivare il Comitato speciale contro l'apartheid.

Il riconoscimento dell'apartheid come crimine contro l'umanità e la significativa solidarietà globale con la lotta del popolo sul territorio - espressa soprattutto ponendo fine ai legami di complicità con l’apartheid da parte di stati, aziende e istituzioni - hanno aperto la strada alla libertà e alla democrazia per la popolazione dell'Africa meridionale e alla loro lotta che ancora continua contro le disuguaglianze economiche. Lo smantellamento dell'apartheid in Sudafrica è oggi una pietra miliare vitale nella lotta globale contro il razzismo, la discriminazione e l'oppressione coloniale, che rimane però "incompleta", come ha detto Mandela, senza l’abolizione totale dell'apartheid nel resto del mondo, a partire dalla Palestina.

Il Comitato speciale contro l'apartheid dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) ha già svolto un ruolo fondamentale nella lotta globale contro il razzismo, monitorando e denunciando le politiche di apartheid e creando procedure ai sensi del diritto internazionale per sopprimere e punire questo crimine contro l'umanità. È tempo che l'UNGA si assuma la responsabilità di rilanciare questo Comitato speciale e si unisca per porre fine all'apartheid del 21° secolo, ovunque si verifichi.

#UNinvestigateapartheid