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Quattro cacciabombardieri F-35 dell’Aeronautica militare in Israele per partecipare a una complessa esercitazione aerea nel deserto del Negev con i velivoli “cugini” delle forze armate israeliane utilizzati nel sanguinoso conflitto in Siria.

Il comando dell’Israeli Air Force ha reso noto che martedì 23 luglio ha preso il via nel sud di Israele l’esercitazione bi-nazionale Lightning Shield (letteralmente Scudo di Fulmine). Le attività addestrative avranno la durata di una settimana e vedono la partecipazione di un imprecisato numero di cacciabombardieri F-35I “Adir” del 118th Lions dello Squadrone Sud e del 140th Golden Eagle Squadron dell’Aeronautica israeliana e quattro caccia F-35 del 13° Gruppo Volo del 32° Stormo dell’Aeronautica italiana di stanza nello scalo aeroportuale di Amendola (Foggia). Tutti i velivoli sono stati trasferiti nella base aerea di Nevatim (denominata in codice Air Force Base 28), localizzata nei pressi della città di Be’er Sheva nel deserto del Negev.

All’esercitazione partecipa anche il 122nd Nachshon Squadron israeliano, reparto d’eccellenza delle più moderne guerre elettroniche, che opera con gli aerei “Gulfstream G-500” nelle tre varianti Eitam (CAEW) Shavit (intelligence) e Oron (l’ultima acquisita dall’Israeli Air Force che ha enormemente potenziato le capacità di intelligence, sorveglianza e riconoscimento). Come sottolinea il sito specializzato The Avionist, gli italiani “hanno una grande familiarità con questi aerei dato che l’Aeronautica militare utilizza la variante CAEW”. Tra l’altro proprio un Gulfstream G-500 del 14° Stormo di Pratica di Mare, con una sofisticata apparecchiatura elettronica a bordo di produzione israeliana, viene impiegato quasi con frequenza quotidiana per operazioni top secret nel Mar Nero e in Est Europa dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina.

“L’esercitazione Lightning Shield rappresenta una pietra miliare nella continua collaborazione tra le nostre forze armate, mentre rafforza il legame unico tra le nostre nazioni”, riporta in un tweet l’Aeronautica israeliana. “Essa contribuirà inoltre a migliorare le competenze dell’F-35 “Adir” e a espandere le sue capacità a possibili scenari operativi”. L’Israeli Air Force non fornisce altri particolari sulle finalità addestrative di Scudo di fulmine, ma come rileva ancora The Avionist è prevedibile che l’esercitazione sia stata pianificata in vista dell’impiego dei cacciabombardieri in “un’ampia varietà di teatri operativi”, dato che l’F-35 è considerato “un aereo ominruolo contro differenti minacce aeree e terrestri avanzate”.

La versione “Adir”, nota anche come The Mighty One (Il Potente) è unica nel suo genere tra i cacciabombardieri F-35 di quinta generazione adottati da nove paesi e che sono in grado di svolgere gli strike con armi nucleari. Israele ha sottoscritto un accordo con Lockheed-Martin, l’holding statunitense che ha prodotto i velivoli da guerra, per ottenere modifiche specifiche all’architettura del caccia, ai sistemi di comunicazione e intelligence e alle suite per la guerra elettronica, con l’aggiunta di pod per il lancio di missili aria-aria.

“Fino ad oggi Israele rimane l’unica nazione che ha utilizzato l’F-35 Lightning II in operazioni di combattimento”, scrive l’analista Maya Carlin del Center for Security Policy di Washington. “Nel 2018 I’Aeronautica militare israeliana ha impiegato la sua flotta di F-35I Adir per portare a termine una serie di attacchi aerei in Siria. Il generale Amikam Norkin ha inoltre dichiarato che l’Israeli Air Force sta volando con gli F-35 in tutto il Medio oriente e ha anche attaccato un paio di volte in due differenti fronti, senza però aggiungere altri dettagli”.

Sempre secondo l’analista Maya Carlin, anche se Israele non ammette che Lightning Shield è diretta contro le minacce che potrebbero giungere dall’Iran, è “però certo che l’Aeronautica vuole perfezionare le capacità necessarie a potenziali situazioni di guerra con il principale paese nemico”. Carlin aggiunge che lo scorso mese di maggio Israele ha svolto un’esercitazione lunga un mese in cui sono stati simulati attacchi contro l’Iran con l’impiego di armi nucleari. “L’attività addestrativa congiunta israelo-italiana Lightning Shield svilupperà ulteriormente e perfezionerà le qualità dei caccia dell’Israeli Air Force”, conclude l’analista del Center for Security Policy.

Nel giugno 2021 sei cacciabombardieri F-35 israeliani hanno partecipato all’esercitazione aeronavale Falcon Strike nei cieli dell’Italia meridionale, congiuntamente ai velivoli di guerra delle aeronautiche di Italia, Stati Uniti d’America e Regno Unito. I velivoli dell’Israeli Air Force furono trasferiti ad Amendola insieme ad alcuni cacciabombardieri F-16 A/B del 116th Squadron e a un G550 del 122th Squadron. Falcon Strike ha avuto come obiettivo centrale “l’integrazione degli aerei da guerra di quarta e quinta generazione così come lo sviluppo della cooperazione tra le forze aeree partner per sviluppare l’interoperabilità durante le operazioni”, come ha riferito lo Stato maggiore dell’Aeronautica italiana.

Lightning Shield prende il via nel Negev dieci giorni dopo la visita in Italia di una delegazione del ministero della difesa israeliano guidata dal generale Amir Eshel, direttore generale del ministero della difesa, già comandante in capo dell’Aeronautica militare dal 2012 al 2017. A Roma gli israeliani si sono incontrati in particolare con il segretario generale della difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano. “Gli incontri si sono svolti in un clima di reciproca stima e collaborazione e hanno permesso di consolidare ulteriormente le già eccellenti relazioni in atto tra Italia e Israele, con particolare riferimento al rafforzamento della cooperazione industriale, attraverso la condivisione di nuove aree di collaborazione da sviluppare con il pieno coinvolgimento delle rispettive Forze Armate”, scrive l’ufficio stampa della Difesa. “Il costante dialogo strategico tra le parti ha inoltre permesso di confrontarsi in modo schietto, sincero e proficuo sul tema delle sfide imposte dagli attuali scenari di crisi internazionale e sul contesto in cui le parti intendono cooperare”.

Antonio Mazzeo

Fonte: https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2022/07/caccia-f-35-italiani-in-israele-un.html?m=1

L’Assemblea generale dei soci di AXA si terrà il 28 aprile a Parigi. Per l’occasione, la coalizione Stop the Assistance to Israeli Apartheid e i suoi alleati per la giustizia climatica contatteranno il servizio clienti di AXA per dire che assicurare l’apartheid israeliana NON. È. GREEN. PER. NIENTE.

La crisi climatica che stiamo vivendo è il risultato di secoli di sfruttamento e oppressione portate avanti attraverso il colonialismo, il patriarcato, la supremazia bianca e il capitalismo. Le popolazioni più colpite sono finora quelle del Sud globale, compreso il popolo indigeno palestinese. La vulnerabilità ambientale dei palestinesi è in gran parte causata ed esacerbata dal decennale regime israeliano di occupazione militare, colonialismo e apartheid.

Israele è in grado di mantenere il suo regime oppressivo sul popolo palestinese solo grazie alla complicità internazionale.

AXA è una di queste compagnie internazionali complici.

L'assicuratore francese sostiene di essere impegnato nella lotta contro il cambiamento climatico e si presenta come un campione di sostenibilità nel suo settore di attività. Tuttavia, queste affermazioni sono ridicole data la complicità di AXA nella distruzione ambientale perpetrata dall’apartheid israeliano e nei crimini di guerra contro i palestinesi.

Le persone in tutto il mondo si stanno mobilitando per il
#AXADivest Global Day of Action.

AXA tiene molto alla sua immagine.

1. Chiama ora al Servizio Clienti AXA Italia

Usa l'esempio di testo qui sotto per dire ad AXA che sostenere l'apartheid israeliana NON. È. GREEN. PER. NIENTE. AXA offre una varietà di servizi, non esitare a chiamare qualsiasi di questi per condividere la nostra richiesta che AXA ponga fine alla sua complicità nell'apartheid israeliana.

Telefonare al: 800 085 559

Facci sapere come è andata la tua conversazione con AXA usando questo modulo.

2. Twitta ad AXA con un clic

.@AXA straparla di diritti umani e investimenti etici mentre finanzia aziende nei Territori palestinesi occupati per $845 milioni.

@thomasbuberl @PerrettaAntimo è ora che AXA disinvesta dall’apartheid israeliana e dalla distruzione ambientale. #AXADivest
https://bit.ly/3LZXVj8

Esempio di conversazione:

Salve,

Mi chiamo ____________ e chiamo per segnalare un grave problema con i servizi assicurativi di AXA.

Capisco che lei non è personalmente responsabile di questo, ma le chiedo gentilmente di prendere nota e di passare il mio reclamo alla direzione di AXA.

AXA investe attualmente in due delle più grandi banche israeliane che sono elencate nel database delle Nazioni Unite delle imprese implicate nell'impresa di insediamento illegale di Israele nei territori palestinesi occupati, che equivale a un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. AXA investe anche in una serie di aziende internazionali che fanno affari con gli insediamenti israeliani.

Il sostegno finanziario agli insediamenti israeliani illegali non solo è illegale secondo il diritto internazionale, ma distrugge anche l'ambiente. Lo sfruttamento sistematico delle risorse naturali palestinesi, tra cui acqua, terra, gas e petrolio, minerali del Mar Morto e riserve di pietra, crea un ambiente coercitivo che mira ad allontanare le comunità palestinesi dalle loro terre ancestrali a beneficio dell'economia di apartheid di Israele e dell'espansione illegale degli insediamenti.

È una pessima figura per AXA. Non vorrei che la mia famiglia o i miei amici comprassero polizze assicurative da AXA mentre questa assicura l'apartheid israeliana e la sua sistematica distruzione ambientale.

Più di 150.000 persone in tutto il mondo chiedono ad AXA di porre fine al suo sostegno all'apartheid israeliana che opprime milioni di palestinesi e distrugge la loro natura, le loro terre e i loro mezzi di sussistenza.

Sono estremamente deluso dal fatto che AXA non abbia intrapreso alcuna azione per porre fine a questa complicità, mentre dichiara di sostenere la giustizia climatica.

Vi prego di far sapere alla direzione di AXA che boicotterò AXA finché rimarrà complice dell'apartheid israeliana. Non sosterrò l'apartheid israeliana!

*Facci sapere com’è andata la tua conversazione usando questo modulo.

Fonte: Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC)

Se AXA non vuole più essere complice di gravi violazioni dei diritti umani e rispettare la sua strategia per il cambiamento climatico e la biodiversità, deve rinunciare all'apartheid israeliana!

Da diversi anni, un movimento internazionale chiede alla compagnia assicurativa AXA di non investire più nel regime israeliano di apartheid. Sono stati raggiunti importanti traguardi, tra cui la decisione di AXA IM nel dicembre 2018 di vendere le sue azioni di Elbit Systems, fabbricante di armi israeliano. Nel 2021, AXA ha venduto quasi tutte le sue azioni di Equitable Holdings che investiva in Elbit Systems e in cinque delle principali banche israeliane. Queste società sono tutte elencate nel database delle Nazioni Unite che riguarda le imprese complici nel permettere la costruzione di insediamenti israeliani illegali, insediamenti che costituiscono un crimine di guerra nell’ambito del diritto internazionale. Israele li usa per rubare la terra e le risorse idriche palestinesi come politica per indurre la pulizia etnica.

Firma la petizione e chiedi a AXA di non finanziare

più la guerra e i crimini ambientali!

Nel 2021, più di 250 organizzazioni e 10.000 persone si sono impegnati a boicottare l'assicuratore francese fino a quando non rispetterà i suoi principi e i diritti umani. Decine di persone hanno già cancellato la loro polizza assicurativa AXA.

Un nuovo rapporto sconvolgente conferma che AXA è uno dei maggiori investitori europei nell'impresa di insediamento illegale di Israele, dimostrando anche che l'assicuratore possiede ancora azioni per un valore di 6,2 milioni di dollari in due banche israeliane coinvolte in crimini di guerra.

La guerra è un pilastro dell'economia di Israele e una delle industrie più inquinanti del mondo.

AXA si impegna ad essere consapevole del ruolo che può svolgere attraverso l'impatto indiretto dei suoi prodotti e servizi assicurativi e di investimento. Nella sua politica ambientale, AXA si impegna a cercare di offrire soluzioni assicurative e di investimento che promuovano un comportamento rispettoso dell'ambiente.

Lottare per la giustizia climatica significa anche lottare per i diritti umani. AXA non può annacquare la sua complicità nei crimini di guerra solo con le sue dichiarazioni retoriche.

Firma la petizione per fare pressione su AXA affinché ponga fine

alla sua complicità con crimini di guerra e crimini ambientali!

Gli insediamenti israeliani non solo sono illegali, ma distruggono anche l'ambiente.

Gli insediamenti israeliani sono principalmente costruiti su terreni agricoli o pascoli palestinesi confiscati, terre ancestrali riservati agli ulivi, fonte primaria di cibo e reddito per i palestinesi. Dal 1967, data dell’inizio dell’occupazione militare di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est da parte di Israele, quasi un milione di olivi palestinesi sono stati sradicati e distrutti.

Israele scarica l'80% dei rifiuti dei suoi insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati, contaminando tutte le risorse naturali palestinesi, compresa l'acqua. Il 97% dell'acqua potabile a Gaza è inadatta al consumo ed è una delle principali cause di mortalità infantile.

Queste sono le conseguenze di un regime di apartheid sulle persone e sul pianeta che AXA sostiene attraverso i suoi investimenti.

Le aziende coinvolte nei crimini di guerra israeliani stanno sentendo la pressione. La multinazionale francese Veolia si è completamente ritirata da Israele dopo che una campagna BDS per il suo ruolo nella colonizzazione israeliana della terra palestinese che le è costato miliardi di dollari in contratti e gare d'appalto perse.

Insieme, possiamo fare che anche AXA si ritiri!

Fonte: Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC)

Traduzione di BDS Italia

La vendita da parte di Elbit System della sua fabbrica a Oldham nel Regno Unito, è l'ennesima vittoria nella decennale campagna globale contro l'apartheid della più grande compagnia militare israeliana.

Anni di campagne popolari contro l'Elbit, tra cui azioni dirette, pressioni ed educazione di base, a Oldham e in altre parti del Regno Unito, hanno messo in luce la complicità diretta della compagnia nei crimini di guerra israeliani e nei crimini contro l'umanità perpetrati contro i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza assediata.

Nel 2009, il grandissimo fondo pensionistico norvegese ha disinvestito da Elbit a causa del suo coinvolgimento nelle gravi violazioni dei diritti palestinesi da parte di Israele. Nel corso degli anni, la pressione della campagna BDS è costata a Elbit importanti contratti e investimenti dal Brasile all'Australia.

Elbit testa i suoi droni killer e altre armi sui palestinesi, fornisce tecnologia per le mura di separazione di Israele costruiti in Cisgiordania occupata e intorno a Gaza, quindi vende e riproduce questa esperienza in tutto il mondo come "testato sul campo."

I palestinesi hanno chiesto un embargo militare globale nei confronti di Israele simile a quello imposto in passato al Sudafrica a causa del l'apartheid.

Chiediamo a TT Electronics, il nuovo proprietario della fabbrica di Oldham, di tagliare tutti i legami con l'industria militare israeliana e di proteggere i posti di lavoro che rispettano i diritti delle persone e del pianeta.

La chiusura della fabbrica di Elbit a Oldham dovrebbe spingere gli attivisti per i diritti umani di tutto il mondo a intensificare le loro campagne strategiche in modo da alzare il prezzo da pagare per il regime israeliano di colonialismo di insediamento e apartheid, e per tutte le aziende e istituzioni che consentono i suoi crimini contro i palestinesi autoctoni.

33 organizzazioni della società civile palestinese hanno rilasciato una dichiarazione che condanna la proposta di un accordo teso ad approvare il finanziamento militare del sistema Iron Dome di Israele in cambio di aiuti per Gaza.

In risposta all'atteso voto favorevole di Bernie Sanders e di altri senatori statunitensi ad un accordo che vedrebbe approvato il finanziamento militare del sistema Iron Dome del regime di apartheid israeliano in cambio di aiuti per Gaza, 33 organizzazioni della società civile palestinese hanno rilasciato la seguente dichiarazione di condanna.

Votare a favore della continua occupazione, dell’assedio di Gaza e dei continui massacri da parte del regime di apartheid israeliano equivale ad una chiara e ingiustificabile (dichiarazione di, NdT) complicità. Ciò non può essere moralmente “compensato” o mascherato attraverso concessioni caritatevoli a favore dei 2 milioni di palestinesi sottoposti all’assedio israeliano al fine di aiutarci a tollerare le brutalità di Israele, finanziate dagli Stati Uniti.

Impegnarsi nel Congresso degli Stati Uniti per porre fine a tutti i finanziamenti militari all'apartheid israeliana è un obbligo morale e legale di prim'ordine. È anche l'espressione più importante di solidarietà con la lotta dei palestinesi a Gaza e ovunque per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Organizzazioni firmatarie:

  • Federazione Generale Palestinese dei Sindacati PGFTU-Gaza
  • Unione Generale delle Donne Palestinesi
  • Segreteria dei Comitati degli Studenti Universitari – Gaza
  • Associazione dei Comitati degli Studenti Universitari
  • Unione Generale dei Lavoratori Palestinesi
  • Unione palestinese dei lavoratori delle poste, informatica e telecomunicazioni
  • Coalizione sindacale palestinese per il BDS (PTUC-BDS)
  • Rete delle ONG palestinesi (PNGO)
  • Istituto nazionale palestinese per le ONG
  • Federazione dei sindacati indipendenti
  • Coalizione globale per il diritto palestinese al ritorno
  • Ordine degli avvocati palestinese
  • Associazione Medica Palestinese
  • Iniziativa Palestina e alture del Golan siriano occupate (OPGAI)
  • Unione Generale degli Insegnanti Palestinesi
  • Federazione palestinese dei sindacati dei professori e dei dipendenti universitari (PFUUPE)
  • Unione generale degli scrittori palestinesi
  • Unione degli agricoltori palestinesi
  • Campagna palestinese di base contro il muro dell'apartheid (STW)
  • Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PACBI)
  • Comitato di coordinamento della lotta popolare (PSCC)
  • Coalizione civica per la difesa dei diritti dei palestinesi a Gerusalemme
  • Coalizione per Gerusalemme
  • Comitato nazionale per la commemorazione della Nakba
  • Unione dei dipendenti pubblici nel settore civile-palestinese
  • Unione Generale dei Contadini Palestinesi
  • Unione delle organizzazioni caritatevoli palestinesi
  • Unione delle Associazioni Professionali
  • Campagna delle donne per il boicottaggio dei prodotti israeliani
  • Osservatorio economico palestinese
  • Unione dei Centri di Attività Giovanili-Campi profughi palestinesi
  • Unione Cooperative Agricole
  • Comitato Nazionale per la Resistenza di Base

Fonte: Comitato nazionale palestinese per il BDS (BNC)

Traduzione di BDS Italia

Il 29 settembre 2021, la coalizione “Don’t buy into occupation” (DBIO) ha pubblicato un rapporto, che, sulla base di una ricerca di Profundo (una società indipendente no-profit di ricerca e consiglio, NdT), denuncia il ruolo delle istituzioni finanziarie europee in quanto finanziatrici di 50 imprese commerciali coinvolte nell'impresa di insediamento illegale di Israele.

Da questo rapporto, apprendiamo che a partire da maggio 2021, il colosso assicurativo multinazionale francese AXA si è classificato al 30º posto tra i primi 100 investitori europei nelle imprese che facilitano l’impresa di insediamento illegale di Israele, tra cui molti sono elencati nel database delle Nazioni Unite di febbraio 2020.

Mentre, nel marzo 2021, gli investimenti di AXA ammontavano a 5,95 milioni di dollari in quattro banche israeliane (Bank Hapoalim, Bank Leumi, Israel Discount Bank, Mizrahi Tefahot Bank), il rapporto della coalizione DBIO mostra che entro maggio 2021, AXA aveva disinvestito da due di loro (Bank Hapoalim, Mizrahi Tefahot). Il rapporto conferma inoltre che AXA non ha reinvestito nel costruttore militare israeliano Elbit da quando ha venduto le sue azioni nel dicembre 2018.

Inoltre, un esame degli azionisti di Equitable Holdings (EQH) ha mostrato che entro la fine di giugno 2021, AXA deteneva solo lo 0,07% delle azioni di EQH, in calo rispetto al 9,93% di marzo. Ciò significa che AXA non può più influenzare o controllare le decisioni di investimento di EHQ, avendo venduto quasi tutte le sue azioni in un processo che ha fatto sì che EQH lasciasse il gruppo AXA e abbandonasse l'acronimo AXA dal suo nome.

Tuttavia, AXA continua ad essere implicata nel sistema di colonialismo, occupazione militare e apartheid di Israele nei confronti del popolo palestinese: come confermato dal rapporto della coalizione DBIO, AXA detiene ancora quote per un valore di 6 milioni di dollari in due banche israeliane, la Bank Leumi (5 milioni di dollari) e l’Israel Discount Bank (1,2 milioni di dollari).

Il rapporto mostra anche che entro maggio 2021, AXA ha investito in altre società coinvolte negli insediamenti illegali di Israele, tra cui General Mills, Manitou, CETCO Mineral Technology Group, RE/MAX Holdings, Solvay e Terex. Alcuni di queste aziende sono già presenti nel database delle Nazioni Unite, mentre tutte soddisfano i criteri delle Nazioni Unite per l'inclusione in futuri aggiornamenti del database. Con un investimento totale di 845 milioni di dollari, la coalizione DBIO posiziona AXA al 30º posto tra i primi 100 investitori europei presenti nell'impresa di insediamento illegale di Israele.

Alla vigilia dell’assemblea generale annuale di AXA del 29 aprile 2021, il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Occupati Palestinesi, Michael Lynk, ha invitato il gigante assicurativo francese a disinvestire completamente dalle banche israeliane, spiegando che "Considerate le gravi violazioni dei diritti umani associate agli insediamenti israeliani, è impossibile per un’azienda essere economicamente impegnata nell'impresa di insediamento di Israele e contemporaneamente rispettare i suoi obblighi in materia di diritti umani internazionali e diritto umanitario."

La coalizione "Stop AXA Assistance to Israeli Apartheid" esorta AXA a seguire l'esempio di KLP, il più grande fondo pensioni della Norvegia, che ha disinvestito - con riferimento al database delle Nazioni Unite - da 16 aziende complici nell'impresa di insediamento illegale di Israele.

Unitevi alla coalizione e boicottate AXA fino a quando non disinvestirà dall'apartheid israeliana!

Appello firmato da BDS Italia (vedere il testo originale per la lista dei firmatari)

Lettera aperta agli Stati firmatari del Trattato sul Commercio di Armi (ATT) sulla necessità di imporre a Israele un embargo completo e bilaterale sulle armi

Noi, appartenenti alla sottoscritta coalizione globale di leader - dalla società civile al mondo accademico, dell’arte, media, affari, politica, comunità indigene e religiose e persone di coscienza in tutto il mondo - invitiamo gli Stati firmatari del Trattato sul Commercio delle Armi (ATT) ad agire con decisione per porre fine al famigerato uso israeliano di armi ed equipaggiamento militare per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani contro i civili palestinesi, imponendo immediatamente un embargo completo e bidirezionale sulle armi a Israele.

Nella primavera del 2021, il mondo ancora una volta ha guardato con orrore mentre le forze di occupazione israeliane attaccavano civili palestinesi indifesi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e all’interno di Israele. I civili palestinesi che protestavano pacificamente contro la colonizzazione della loro terra sono stati aggrediti con proiettili d’acciaio ricoperti di gomma, bombe sonore, gas lacrimogeni e acqua maleodorante. La micidiale aggressione militare di Israele contro la popolazione civile palestinese nella Striscia di Gaza è stata la quarta in un decennio. In 11 giorni sono stati uccisi 248 palestinesi, di cui 66 bambini. Migliaia sono stati feriti e gli effetti dell’uso di armi esplosive che si ripercuotono su ospedali, scuole, sicurezza alimentare, acqua, elettricità e rifugi continuano a colpire milioni di persone.

Questa brutalità sistematica, perpetrata negli ultimi 70 anni di colonialismo israeliano, apartheid, occupazione belligerante illegale prolungata, persecuzione e chiusura, è possibile solo grazie alla complicità di alcuni governi e imprese multinazionali.

Le sole dichiarazioni simboliche di condanna non porranno fine a questa sofferenza. In conformità con le norme pertinenti dell’ATT, gli Stati firmatari hanno l’obbligo legale di porre fine al commercio irresponsabile e spesso complice di armi convenzionali che mina la pace e la sicurezza internazionali, facilita il verificarsi di crimini gravi e minaccia l’ordine legale internazionale.

Ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 3, dell’ATT, gli Stati firmatari si sono impegnati a non autorizzare alcun trasferimento di armi convenzionali se, al momento dell’autorizzazione, erano a conoscenza del fatto che armi o dispositivi sarebbero stati utilizzati per commettere genocidi, crimini contro l’umanità, gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949, attacchi diretti contro obiettivi civili o individui civili protetti in quanto tali, o altri crimini di guerra come definiti dagli accordi internazionali di cui fanno parte.

Ai sensi degli articoli 7 e 11, si sono impegnati a non autorizzare alcuna esportazione di armi convenzionali, munizioni, parti e componenti che potrebbero, tra l’altro, compromettere la pace e la sicurezza o essere utilizzati per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani.

È chiaro che le esportazioni di armi verso Israele non sono coerenti con questi obblighi. Invariabilmente, Israele ha dimostrato di usare le armi per commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità, come documentato da innumerevoli organismi delle Nazioni Unite e organizzazioni della società civile in tutto il mondo. Anche le esportazioni militari verso Israele hanno chiaramente consentito, facilitato e mantenuto il pluridecennale regime coloniale e di apartheid imposto da Israele all’intero popolo palestinese.

Allo stesso modo, le importazioni di armi da Israele sono del tutto incompatibili con gli obblighi previsti dall’ATT. Fonti militari e industriali israeliane si vantano apertamente che le loro armi e tecnologie sono “provate in combattimento” - in altre parole, testate sul campo su civili palestinesi “cavie umane”. Quando gli Stati importano armi da Israele, lo incoraggiano a continuare a bombardare i civili palestinesi e a persistere nelle sue pratiche illegali. A nessuno – né a Israele, né ai produttori di armi negli Stati membri dell’ATT – dovrebbe essere permesso di trarre profitto dall’uccisione o dalla mutilazione di civili palestinesi.

È quindi del tutto chiaro che imporre un embargo bilaterale sulle armi a Israele è un obbligo sia legale che morale. Gli Stati firmatari dell’ATT devono immediatamente porre fine a qualsiasi trasferimento in corso e vietare qualsiasi futuro trasferimento di armi convenzionali, munizioni, parti e componenti di cui all’articolo 2, paragrafo 1, all’articolo 3 o all’articolo 4 dell’ATT a Israele, finché non ponga fine alla sua occupazione belligerante illegale del territorio palestinese e rispetti pienamente i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale. In attesa di tale embargo, tutti gli Stati devono sospendere immediatamente tutti i trasferimenti di equipaggiamento militare, assistenza e munizioni a Israele.

La mancata attuazione di queste azioni comporta una pesante responsabilità per le gravi sofferenze dei civili - più morti, più sofferenze, poiché migliaia di uomini, donne e bambini palestinesi continuano a sopportare la brutalità di una forza di occupazione belligerante coloniale - ciò che porterebbe a screditare l’ATT stesso. Renderebbe inoltre gli Stati firmatari complici di atti illeciti a livello internazionale attraverso l’agevolazione o il favoreggiamento di crimini internazionali. Una mancata azione potrebbe anche comportare l’ipotesi di responsabilità penale personale degli individui di questi Stati per favoreggiamento nella commissione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 25(3)(c) dello Statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale.

La giustizia non verrà raggiunta finché l’occupazione illegale, il colonialismo di insediamento, il regime di apartheid, la persecuzione e l’oppressione istituzionalizzata del popolo palestinese continueranno, e finché gli Stati continueranno a essere complici dei crimini della potenza occupante facendo commercio di armi con essa.

In conclusione, crediamo che l’ATT possa fare la differenza nella vita dei civili palestinesi. Ha il potenziale, se attuato in buona fede, di risparmiare sofferenze a innumerevoli persone protette. Se il nostro appello a smettere di ignorare il popolo palestinese riguardo all’attuazione dell’ATT viene ignorato, la stessa ragion d’essere dell’ATT sarà infranta.

Fonte : al Haq

Traduzione di AssoPacePalestina

Dodici giorni di esercitazioni aeronavali con l’uso dei più avanzati sistemi missilistici in un’area geografica che dai poligoni della Sardegna si estende sino alla Campania, alla Basilicata e alla Calabria, al Golfo di Taranto e al mar Ionio. Un test strategico della potenza di fuoco dei nuovi cacciabombardieri in dotazione alle aeronautiche di Italia, Stati Uniti d’America, Regno Unito ed Israele, paese quest’ultimo che solo un paio di settimane fa è stato l’autore dei sanguinosi bombardamenti nella striscia di Gaza. E proprio Israele, tramite un portavoce delle forze armate, fa sapere che la maxi-esercitazione negli spazi aerei e nelle acque italiane sarà una storica opportunità per addestrare i propri piloti alle prossime guerre in Medio oriente, Iran in testa.

Il 6 giugno ha preso il via dalla base aerea di Amendola (Foggia), “Falcon Strike 21”, l’esercitazione multinazionale promossa dallo Stato Maggiore della difesa, congiuntamente a due partner NATO (USA e Regno Unito) e Israele. Ad oggi nessun comunicato officiale è stato emesso dalle autorità militari italiane, probabilmente imbarazzate per la partecipazione ai war games di sei cacciabombardieri F-35 “stealth” dell’IAf - Israelian Air Force che hanno fatto il loro debutto operativo proprio durante la recentissima operazione di guerra anti-palestinese “Guardians of the Wall”. Per avere qualche informazione su “Falcon Strike 21” si deve consultare il sito delle forze armate USA dove compare un laconico comunicato stampa che spiega come l’esercitazione serva “ad ottimizzare l’integrazione tra gli aerei di 4^ e 5^ generazione e ad accrescere il livello di cooperazione nei campi della logistica e del trasferimento dei caccia F-35, rafforzando l’interoperabilità delle forze aeree alleate e dei partner durante le operazioni congiunte”.

Molto più numerosi e inquietanti i dettagli forniti dai media israeliani. Times of Israel spiega che i sei F-35 dell’aeronautica israeliana impiegati per “Falcon Strike” sono giunti in Italia già nei primi giorni di giugno e si eserciteranno sino a martedì 15. “Si tratta della più grande e più lontana esercitazione a cui hanno mai preso parte questi nostri velivoli”, ha dichiarato alla testata un ufficiale dell’aeronautica israeliana, la cui identità è stata mantenuta segreta. “Nonostante l’obiettivo ufficiale dell’esercitazione sia quello di migliorare le capacità complessive del velivolo F-35, l’alto ufficiale dell’aeronautica ha riconosciuto che in parte essa è stata destinata a preparare i piloti israeliani all’uso dei cacciabombardieri contro le forze iraniane”.

“L’Iran è il nostro obiettivo”, ha espressamente dichiarato l’alto ufficiale a Times of Israel. “Sebbene gli F-35 israeliani hanno preso parte a esercitazioni internazionali in passato, questa sarà la prima volta che il velivolo volerà insieme agli F-35 di altri tre paesi”. Sempre secondo il quotidiano israeliano, oltre ai nuovi caccia di Lockheed Martin, a “Falcon Strike 21” prenderanno parte i cacciabombardieri F-16 USA (sicuramente provenienti dalla base di Aviano, Pordenone), un aereo-spia Gulfstream “Etam” e due aerei da rifornimento Boeing “Re’em” dell’aeronautica israeliana, due velivoli-tanker KC767 e HC130 e un velivolo da ricognizione Gulfstream “Eitam” dell’Aeronautica italiana e l’aereo da rifornimento britannico Voyager A330.

“Gli aerei incontreranno una flotta di velivoli italiani che agiranno come una squadra rossa, simulando un’aviazione nemica, tra cui Eurofighter Typhoon, caccia da combattimento AMX International, Panavia Tornado, droni Predator ed elicotteri Bell Augusta”, aggiunge Times of Israel. “Anche la portaerei britannica HMS Queen Elizabeth sarà impiegata nel corso dell’esercitazione che si svolgeranno sia in territorio italiano che nel Mediterraneo”. Per la cronaca proprio la “Queen Elisabeth” ha attraversato domenica 6 giugno lo Stretto di Messina per raggiungere lo Ionio meridionale, scortata da quattro navi da guerra britanniche e dal cacciatorpediniere lanciamissili “Andrea Doria” della Marina italiana.

“Sempre secondo l’ufficiale di IAF, un gran numero di batterie di missili terra-aria sarà utilizzato nel corso dell’esercitazioni contro i caccia F-35 al fine di creare un’atmosfera piena di minacce”, aggiunge Times od Israel. “I caccia israeliani F-35 parteciperanno a due sortite quotidiane. Nella prima gli aerei voleranno con gli americani, mentre nella seconda voleranno con le forze aeree britanniche e italiane. Durante queste missioni, i piloti israeliani simuleranno attacchi aerei su obiettivi dietro le linee nemiche e missioni di supporto terrestre, mentre voleranno su terreni non familiari. Oltre a contrastare le minacce dei missili terra-aria, i velivoli israeliani prenderanno parte a vere e proprie battaglie aeree”.

Anche The Jerusalem Post ha dedicato un ampio articolo alla missione IAF sui cieli italiani. Il quotidiano, in particolare, ha specificato l’identità dei reparti israeliani impiegati (il 140th Squadron dell’Aeronautica con gli F-35, il 116th Squadron con gli F-16A/B, il 122nd Squadron con l’aereo d’intelligence G550 e il 120th Squadron con i due aerei tanker). “L’aeronautica militare israeliana ha ricevuto i primi cacciabombardieri F-35 nel dicembre 2016 e ad oggi conta su 27 velivoli di questo tipo”, scrive il quotidiano di Gerusalemme. “Altri 23 caccia saranno consegnati entro il 2024, completando così l’ordine di IDF di 50 velivoli, anche se gli ufficiali israeliani contano di acquistarne ancora altri”.

Il sito specializzato Desk aeronautico che fornisce, tra l’altro, informazioni sulle limitazioni del traffico aereo in Italia in caso di esercitazioni militari, ha pubblicato una mappa con le aree che saranno utilizzate per “Falcon Strike 21”. “Durante la reale attivazione delle aree lo spazio aereo interessato sarà da considerare come zona temporaneamente segregata in cui l’attraversamento da parte di altro traffico non è consentito”, riporta la nota. “I due corridoi Poseidon e Brown collegheranno le aree delle operazioni alla base militare di Amendola. Per mezzo NOTAM A3569/21 è stata inoltre istituita una zona dal suolo a FL350 in cui sarà possibile riscontrare la poco affidabilità del segnale GPS per attività di jamming”.

 Falcon Strike

Dato l’ampio spettro operativo off-limit proprio nel Golfo di Taranto, è più che probabile che per l’esercitazione sarà impiegata operativamente anche la portaerei italiana “Cavour”, rientrata in Italia a fine aprile dopo la lunga missione in Virginia, in cui - congiuntamente alle forze aereonavali USA - sono stati testati per la prima volta gli atterraggi e i decolli degli F-35 sul lungo ponte del “gioiello” di morte della Marina italiana.

Fonte: Antonio Mazzeo Blog

“La Palestina rimane un importante campo di prova per la repressione globale, dalla fortezza europea agli Stati Uniti, dall'India al Myanmar, dal Brasile al Sudan del Sud. Per questo, e per molti altri motivi, abbiamo una profonda responsabilità nel sostenere la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza.”

Con queste parole, pronunciate in un video-spot da Angela Davis, si apre l’Israeli Apartheid Week 2021, la settimana organizzata ogni anno dal movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’apartheid israeliano. Il webinar tenuto il 18 marzo ha visto la partecipazione di importanti ospiti che, provenienti dai più disparati ambiti della società civile italiana e palestinese, hanno presentato il Dossier “embargo militare contro Israele”, l’ultimo lavoro firmato BDS. All’interno del Dossier viene esposto, in maniera molto approfondita, il ruolo cruciale che la forza e la tecnologia rivestono per Israele nel perpetuare l’occupazione militare e il regime di apartheid. Questo non riguarda solo la Palestina e la pulizia etnica che da 72 anni va avanti in quella terra, ma ogni parte del mondo. Israele, infatti, è uno dei maggiori esportatori di armi, in particolare in paesi dove sistematicamente vengono violati i diritti umani. Nonostante ciò, i legami commerciali, accademici, scientifici e militari tra Israele, l’Italia e l’UE rimangono molto stretti. E’ necessario, dunque, fare una decisa opera di pressione sui nostri governi, col fine di interrompere i rapporti con un regime che rappresenta un serio ostacolo alla pace nel mondo. Da anni ce lo chiede la società civile palestinese e numerose ONG per i diritti umani, non facciamo ancora attendere la nostra risposta.

Perché un embargo militare contro Israele?

Il primo intervento è quello di un gigantesco Moni Ovadia, il quale si focalizza su una questione cruciale: come mai Israele, nonostante i suoi crimini, gode di una totale impunità, dalla politica al mondo accademico. Il motivo per cui anche molti intellettuali non conformisti si auto-censurano sulla questione palestinese è l’errata identificazione di Israele con l’ebraismo. Così, spiega Ovadia, agisce la macchina di propaganda del governo israeliano: “criminalizzare tutti coloro che criticano l’ideologia sionista o le azioni contro il popolo palestinese, dall’apartheid alla sperimentazione di armi”. Si tratta dunque di fare un intenso e vasto lavoro culturale per abbattere definitivamente questo muro di gomma. “Io non taccerò mai”, dice l’artista, “perché i valori che ho imparato dall’ebraismo e dal marxismo mi impongono di parlare. E moltissimi come me.”

Segue l’intervento del professore ed editore italo-palestinese Wasim Dahmash, il quale illustra come Israele abbia contribuito a diversi genocidi nel mondo, finanziando i regimi che li hanno perpetuati. Dal genocidio dei tutsi tra il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, paesi a cui Israele fornisce armi in cambio delle loro materie preziose (diamanti in primis), al genocidio dei rohingya, la minoranza musulmana in Myanmar, a cui Israele vende ininterrottamente armi dagli anni ’50. Dunque Dahmash pone una domanda: “come si può essere complici di Israele?”.

Tra gli altri interventi, quello del ricercatore e giornalista Antonio Mazzeo il quale si concentra sull’ultra militarizzazione della società israeliana, presente perfino nell’istruzione dove, fin da piccolissimi, i bambini vengono abituati a stare costantemente attenti ad un nemico interno. Il terrore e la disumanizzazione dell’altro con cui cresceranno li porterà a guardare positivamente il ruolo del militare e le guerre in generale. 

Presente al webinar anche Samed Ismail del movimento “A Foras”, contro l’occupazione militare in Sardegna. Samed descrive molto dettagliatamente come la Sardegna e la Palestina siano profondamente legate tra loro. Da Gaza alla base militare di Teulada e il poligono di Salto di Quirra, vengono testate nuove armi da vendere successivamente in giro per il mondo. Inoltre, esiste una stretta correlazione temporale tra le esercitazioni militari in Sardegna e le aggressioni israeliane contro la Striscia di Gaza, dall’Operazione Piombo Fuso (2008-2009) all’Operazione Margine di Protezione (2014). 

L’attivista Majed Abusalama, l’ultimo ad intervenire, porta invece al webinar una preziosa testimonianza, un video di pochi secondi in cui è inquadrato il padre svolgere nella sua abitazione a Gaza dei normalissimi lavori domestici. Nulla di strano se non fosse per un costante e assordante rumore di fondo, un fastidiosissimo ronzio che catalizza su di sé tutta l’attenzione di chi guarda il video. Si tratta dei famigerati droni israeliani, in volo 24 ore su 24 nel cielo di Gaza. Esportati in tutto il mondo, anche nell’Unione Europea per respingere i migranti sulla rotta balcanica, i droni israeliani hanno la peculiarità di essere stati testati non solo sul campo ma anche sulla vita delle persone, come mostra il video del padre di Abusalama, prima di essere venduti ad altri paesi. Così nasce il movimento gazawi “We Are Not Numbers”, guidato dallo stesso Majed Abusalama, per far arrivare al mondo la voce di chi è costretto a vivere nella più grande “prigione a cielo aperto” senza poter denunciare la propria oppressione.

Dunque perché un embargo militare contro Israele? Perché Israele pratica un feroce regime di segregazione razziale e di apartheid contro il popolo palestinese, come recentemente dichiarato anche dall’ONG israeliana per i diritti umani B’Tselem; perché porta avanti un’occupazione militare e pulizia etnica da 72 anni; perché possiede un armamento oltre ogni limite, spendendo tra il 6,5 e l’8,5 % del suo PIL per il settore militare; perché esporta armi in ogni paese, regimi militari inclusi, contribuendo enormemente all’instabilità non solo nella regione medio orientale ma in tutto il mondo; perché sperimenta armi sulla popolazione civile; perché commette un elenco lunghissimo di crimini di guerra e, soprattutto, perché non ne deve mai rendere conto a nessuno, godendo di un’esclusiva totale impunità. I nostri governi sono complici di tutto questo e spetta a noi, società civile, far pressione su di loro per bloccare ogni relazione con un regime di apartheid quale è Israele, finché questo non riconoscerà uguali diritti umani a tutti gli abitanti della Palestina storica, non si ritirerà da tutti i territori occupati, non consentirà il ritorno dei profughi e non libererà i prigionieri politici.

Per maggiori informazioni è possibile acquistare il Dossier “Embargo militare contro Israele” scrivendo un’email a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Guarda il video integrale: facebook.com

Principali vittorie delle campagne #StopElbit

La Elbit Systems, la maggiore azienda di armi in Israele, è tra i leader mondiale nella produzione di tecnologie di sorveglianza militare e di droni, svolgendo un ruolo importante nella costruzione dei muri razzisti, nella sorveglianza delle frontiere, negli sfollamenti forzati e in altri crimini di guerra.

Il movimento globale BDS, a favore della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza, sta rispondendo. Oltre alle importanti vittorie ottenute nel corso degli anni, progrediscono diverse nuove campagne per fermare la Elbit:

Unione Europea

I droni Hermes 900 della Elbit vengono utilizzati per attuare politiche mortali contro i migranti attraverso la sorveglianza aerea dei rifugiati nel Mediterraneo. L'UE sta tradendo il suo obbligo legale ed etico di salvare la vita dei richiedenti asilo e sta trasformando il Mediterraneo in un cimitero.

Firma la petizione per dire all'UE di non finanziare l'industria militare israeliana e di rispettare i diritti dei rifugiati!

Canada

I Canadesi per la Giustizia e la Pace in Medio Oriente (CJPME) chiedono al ministero dei trasporti canadese di annullare il contratto da 36,16 milioni di dollari recentemente approvato per l’acquisto di droni della Elbit.

Puoi aiutarli a raggiungere l'obiettivo di inviare 4.000 e-mail ai leader canadesi.

Australia

BDS Australia si oppone al recente annuncio del governo dello stato del Victoria di una partnership con la Elbit per la ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie applicate alle armi. Collaborando con la Elbit, il governo Andrews mostra il suo disprezzo per il diritto internazionale e le convenzioni sui diritti umani.

Stati Uniti

Un'ampia coalizione di organizzazioni per i diritti umani si oppone alla proposta di potenziare con strumentazioni digitali il confine tra Stati Uniti e Messico, definendola una "continuazione delle politiche di confine razziste dell'amministrazione Trump". La Elbit detiene diversi contratti per fornire agli Stati Uniti la tecnologia di sorveglianza delle frontiere. Un nuovo rapporto mostra che ha contribuito anche la Elbit con l’offerta di 112.000 dollari sia ai Democratici che ai Repubblicani durante le elezioni del 2020, continuando l'approccio bipartisan a favore della militarizzazione delle frontiere.

Fonte: BNC

Traduzione di BDS Italia