Comunicati

Il Cagliari Social Forum esprime una posizione critica nei confronti della collaborazione che è stata attuata dalla Regione Sardegna, Università di Cagliari, Comune di Cagliari e Assessorato alla cultura del Comune di Cagliari, con l'Ambasciata israeliana per la realizzazione della manifestazione Leggendo metropolitano "I giochi dell'essere".

Tale posizione è stata spiegata in una nota recante data odierna ed indirizzata dal Cagliari Social Forum ai rappresentanti delle suddette Istituzioni, che essendo organi di un paese democratico quale quello italiano, non dovrebbero collaborare con l'ambasciata di uno stato, quello d'Israele, che:

- ignora ogni risoluzione dell'ONU e ogni principio di diritto internazionale attuando insediamenti civili e militari nel territorio di un altro stato, lo stato palestinese,

- erige un muro invalicabile per sottrarre ulteriori territori e isolare le comunità palestinesi malgrado la sentenza della corte internazionale dell'Aja l'abbia giudicato illegale,

- in vario modo pratica un regime di apartheid contro la popolazione palestinese, facendola vivere tra muri di separazione, limitazioni di movimento e nell'oppressione di leggi marziali in cui anche i bambini possono essere arrestati e torturati a puro scopo di intimidazione,

- attua stragi e punizioni di massa attraverso bombardamenti su vasta scala come la cosiddetta operazione "Piombo fuso" a Gaza tra il 2008 e il 2009,

- arresta oppositori politici anche senza fondati capi d'accusa, imprigionandoli con tempi indeterminati,

- che sottrae risorse primarie come l'acqua e mira al collasso economico delle comunità palestinesi.

La collaborazione di Leggendo Metropolitano (Cagliari 4-8 giugno 2014) con l’Ambasciata Israeliana in Italia rende questo festival complice delle politiche contro il Diritto Internazionale che lo Stato sionista porta avanti in Palestina sin dal 1948. Patrocinato dall’Ambasciata di Israele in Italia [1], questo evento rappresenta uno dei tanti tentativi da parte di Israele di usare la cultura per ripulire la propria immagine e distrarre l’attenzione dalle politiche di occupazione, colonialismo e apartheid. Nel 2005, Nissim Ben-Sheetrit del Ministero degli Esteri israeliano ha affermato: “Vediamo la cultura come uno strumento di propaganda di primo ordine, e non facciamo differenza tra propaganda e cultura”. Con fondi pubblici, vengono mobilitate le energie artistiche nazionali disponibili: scrittori, cineasti, musicisti, danzatori, ecc.., allo scopo di veicolare nel mondo un’immagine positiva del paese.

Denunciamo questo uso propagandistico dell’arte e ricordiamo che l’Ambasciata israeliana, in rappresentanza del governo di Israele, ha anche “patrocinato” la costruzione del Muro d'Apartheid e delle colonie, la confisca di terre palestinesi, la demolizione di 24.000 case palestinesi, la detenzione di oltre 4.500 prigionieri palestinesi, l’assedio che strangola la Striscia di Gaza nonché i massacri a Gaza con oltre 1.400 civili uccisi durante “Piombo Fuso”, di cui 500 bambini, e oltre 120 durante “Pilastro di Difesa”. Vi invitiamo a non rendervi complice di questa operazione, specificatamente voluta e finanziata dal governo israeliano, volta a nascondere dietro un’immagine rassicurante le politiche disumane che quello Stato continua a perpetrare contro il popolo palestinese.

Le lettere chiedono a Paolo Fresu e Pippo Delbono di annullare la loro partecipazione

Si stanno moltiplicando le lettere agli artisti italiani che questo mese si esibiranno all’Israel Festival di Gerusalemme, con la richiesta di annullare la partecipazione e di rispettare l’appello della società civile palestinese al boicottaggio, anche culturale, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele fino a quando quest’ultimo non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani.[1]

L’Associazione Amicizia Sardegna Palestina e BDS Sardegna hanno scritto a Paolo Fresu, chiedendo al noto jazzista di cancellare il concerto in programma per il 13 giugno. Nella lettera si ricorda che “[t]enere un concerto in Israele in questo momento è moralmente equivalente ad esibirsi in Sudafrica durante il periodo dell'apartheid” quando “molti artisti hanno deciso di stare dalla parte della solidarietà”.[2] L’appello è stato sottoscritto da quasi 1000 persone.

È arrivata anche da Israele una lettera a Fresu da parte di Boycott from Within, un gruppo di israeliani che sostiene l’appello palestinese al boicottaggio. Gli attivisti israeliani chiedono a Fresu “di rimandare il concerto fino a quando Israele non ponga fine alla sua occupazione militare e alle sue politiche di apartheid”, ricordando che “il governo israeliano fa un uso aperto degli eventi culturali per distogliere l’attenzione dai suoi crimini di guerra”.[3] Boycott from Within sottolinea inoltre come in passato numerosi musicisti jazz abbiano disdetto i loro concerti in Israele, tra cui Eddie Palmieri, Cassandra Wilson, Jason Morana, Portico Quartet, Tuba Skinny, Andreas Öber e Stanley Jordan.

Anche alla Compagnia Teatrale Pippo Delbono è stato richiesto di non lasciare che i loro spettacoli, in programma per il 7 e l’8 giugno, occultino l'apartheid israeliana.

BDS Italia, facendo appello all’impegno della compagnia a favore degli oppressi e degli ultimi, ha invitato Delbono ad unirsi a quanti già sostengono l’appello palestinese al boicottaggio, tra cui l'arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, il premio Pulitzer Alice Walker, il regista Ken Loach, la scrittrice Naomi Klein, Roger Water dei Pink Floyd e il giurista e relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi Richard Falk[4], il quale ha dichiarato che "la migliore speranza per i palestinesi non sta a livello governativo o attraverso le Nazioni Unite, ma piuttosto nella campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele".[5]

Un’altra lettera a Pippo Delbono è arrivata dai colleghi teatranti di UltimoTeatro Produzioni Incivili.[6] Nella lettera, “Questa tappa non s’ha da fare”, da artisti ad artisti, si ricorda a Delbono che a chiedere il boicottaggio di Israele sono “i palestinesi che sono stanchi di essere denigrati, rinchiusi, oppressi, imprigionati, lasciati morire di fronte agl'occhi di tutti”.

Ciao Pippo,
ciao a tutta la compagnia,

siamo Luca e Nina di UltimoTeatro Produzioni Incivili. Ti scriviamo prima per rinnovare la nostra stima verso te, il tuo lavoro, i/le tuoi/e compagni/e di viaggio. In seconda sede, ma sicuramente non come seconda motivazione, perché abbiamo appreso che andrai in terra santa a fare spettacolo.

Non sappiamo che dire, ne siamo umilmente imbarazzati, per te e per noi che siamo costretti a doverti scrivere per una cosa che a noi sembra scontata, ma che forse non lo è. Come colleghi minori, ma soprattutto come persone che lavorano da molti anni sulla questione Israele-Palestina, sia in scena che nella vita, ti chiediamo con il cuore in mano di non partecipare all'elogio di una democrazia dittatoriale che sembra essere aperta al mondo, ma che in realtà sta distruggendo un popolo, attraverso la complicità di tutti, paesi arabi compresi.

Pubblichiamo la lettera inivata il 20 maggio 2014 alla Compagnia teatrale Pippo Delbono. Attendiamo ancora una risposta. 

Caro Pippo Delbono,

abbiamo recentemente appreso che la vostra compagnia teatrale intende partecipare all’Israel Festival di Gerusalemme, con spettacoli previsti per il 7 e l’8 giugno 2014. Conoscendo il vostro impegno a favore degli oppressi, degli ultimi, vi scriviamo per chiedervi di annullare la vostra partecipazione al festival.

Ve lo chiediamo perché Israele opera in palese violazione dei diritti umani fondamentali e del diritto internazionale [1], costringendo i palestinesi a vivere sotto l’oppressione di un crudele sistema di espropriazione, di discriminazione razziale e di apartheid.

E ve lo chiediamo perché nel 2005, 170 organizzazioni della società civile palestinese hanno lanciato un appello per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) nei confronti di Israele sino a quando non rispetterà i diritti umani e il diritto internazionale.[2] L’appello palestinese al BDS, ispirato dal vincente boicottaggio che contribuì alla fine del regime d’apartheid in Sudafrica, ha il sostegno di artisti, accademici, sindacati, chiese, gruppi studenteschi, organizzazioni e persone di coscienza in tutto il mondo. In particolare l’appello al boicottaggio culturale si rivolge a tutti gli artisti del mondo chiedendo loro di non esibirsi in Israele e di non partecipare a eventi che mirino a normalizzare la drammatica situazione in atto ponendo sullo stesso piano l'occupante e gli occupati, l’oppressore e gli oppressi.[3]

La collaborazione di Primavera Sound con l’Ambasciata Israeliana in Spagna fa del Festival un complice delle politiche contro il Diritto Internazionali dei Diritti Umani che lo Stato sionista ha portato Avanti in Palestina sin dal 1948. 

Il festival di musica indipendente Primavera Sound, che avrà luogo a Barcellona dal 28 al 31 Maggio [1], include nella sua line up tre band israeliane: Vaadat Charigim [2], The Secret Sea [3] e Lola Marsh [4], che suoneranno tutte quante all’interno della sezione “Sounds from Israel” [5]. Queste band sono in procinto di suonare il 29 Maggio al PrimaveraPro, che il Festival definisce come un “incontro per i professionisti dell’industria musicale in parallelo con Primavera Sound”. [6]

Queste tre band ricevono sostegno istituzionale dall’Ambasciata Israeliana in Spagna, come apertamente dichiarato sul sito web di PrimaveraPro [5]: "Il Dipartimento della Cultura dell’Ambasciata di Israele in Spagna mira a sostenere compagnie, artisti ed organizzazioni che promuovono la cultura e la scienza di Israele al di fuori dei suoi confini. Il suo obiettivo è di promuovere le ultime innovazioni nei campi della cultura e della scienza, in cui Israele, nella sua breve vita come nazione, è internazionalmente riconosciuto. In questa occasione, [l’Ambasciata, ndt] sta supportando il meglio della scena musicale israeliana promuovendo una piccola selezione di band che sono state scelte tra 190 candidati.”

Signora Valentina Lo Surdo,

nella trasmissione Primo Movimento di ieri giovedì 12 settembre, nel presentare il Jerusalem Quartet ha accennato alla contestazione di cui il complesso fu oggetto a Londra e che portò alla interruzione del concerto, definendola “episodio bruttissimo” pur avendo indicato nel finanziamento della tournée da parte del governo israeliano il motivo dell’azione di  boicottaggio.

Ora è ben noto che Israele finanzia tournée all’estero di musicisti, cantanti, ballerini, romanzieri ed in genere di artisti israeliani, in attuazione di un programma di promozione della propria immagine, predisposto con la collaborazione delle maggiori società di marketing statunitensi, che va sotto il nome di Brand Israel. Lo scopo è di presentare un volto di Israele “che non ti aspetti”, per coprire il suo volto di stato razzista e coloniale, condannato ripetutamente da Risoluzioni dell’Onu e da Dichiarazioni dell’UE per la illegittima occupazione dei “Territori Palestinesi Occupati” con la guerra del ’67, per la indebita creazione di colonie israeliane in terra palestinese mediante azioni  considerate “crimini di guerra” dall’art. 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, per innumerevoli violazioni del Diritto Internazionale e la quotidiana negazione dei Diritti Umani alla popolazione soggetta all’occupazione.

Firma la petizione ai Depeche Mode

È con grande disappunto che la Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, PACBI) ha appreso del vostro concerto in Israele fissato per il 7 maggio 2013[1]. Anche se avete già suonato in Israele nel 2009, ci appelliamo a voi ora con la speranza che siate più consapevoli della situazione. Poiché Israele è coinvolto in gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani vi chiediamo con urgenza di cancellare il concerto fin quando Israele non rispetterà gli obblighi del diritto internazionale e rispetterà pienamente i diritti dei palestinesi.

Nel 2004, ispirata dal vincente boicottaggio dell'apartheid in Sudafrica, e supportata da sindacati e gruppi culturali palestinesi, PACBI ha diffuso un appello per il boicottaggio accademico e culturale delle istituzioni coinvolte nell'occupazione e nell'apartheid israeliano[2]. Vogliamo evidenziare in questa lettera che vi rivolgiamo, l'importanza di questo appello palestinese e sottolineare la ragione per il movimento globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele.

Noi del PACBI (Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele), siamo rimasti profondamente turbati nell’apprendere che il 20 febbraio 2013 lei si esibirà a Tel Aviv. [1]

Le scriviamo per esortarla a non suonare nell’Israele dell’apartheid e a non avallare con la sua presenza le violazioni israeliane del diritto internazionale e dei diritti umani nei confronti della popolazione palestinese.
 
In qualità di artista reggae, figlio del leggendario cantante Bob Marley, la cui canzone "Songs of Freedom" continua ad ispirare milioni di persone che lottano contro le forze disumane di un’oppressione razzista, le chiediamo di non chiudere gli occhi di fronte al brutale sistema colonialista e di Apartheid praticato da Israele.

A Roma, venerdì 9 novembre, per la seconda serata di seguito, la presenza della Batsheva Dance Company al RomaEuropa Festival, sponsorizzata dall’ambasciata di Israele, è stata contestata. Oltre 50 attiviste e attivisti della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele si sono radunati fuori dall’Auditorium Santa Cecilia in una manifestazione autoconvocata per protestare contro la scelta della compagnia di danza di prestarsi a fare la foglia di fico per nascondere le continue violazioni dei diritti dei palestinesi da parte di Israele.

Oltre ad essere finanziata dal governo israeliano insieme al Fondo Nazionale Ebraico, che gioca un ruolo chiave nella pulizia etnica della Palestina, Batsheva è anche protagonista di Brand Israel, una campagna di marketing studiata a tavolino dal governo, in consultazione con esperti di pubbliche relazioni statunitensi, con lo scopo dichiarato di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica mondiale da un’occupazione brutale e da un regime dell’Apartheid che durano da decenni. I legami diretti che Batsheva mantiene tuttora con il governo di Israele rendono impossibile descrivere la compagnia come 'apolitica'.