Notizie BDS
Notizie internazionali del movimento globale BDS.
I prof che lo hanno sottoscritto lamentano di essere stati censurati. La replica: «È un sito ufficiale e va utilizzato per dare notizia delle attività di ricerca»
Il rettore Elda Morlicchio chiede di rimuovere dal sito ufficiale del centro di studi postcoloniali, uno dei link della pagina online di ateneo, l’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani e all’università l’Orientale divampa la polemica. La docente parla di uso improprio del sito, ma alcuni dei suoi colleghi l’accusano di censura.
Il caso è scoppiato ieri, ma affonda le sue radici nel 2014. Risale infatti a ben due anni fa la decisione del professore britannico Iain Chambers, sociologo ed esperto di studi culturali, volto molto noto nell’ex Collegio dei Cinesi, di pubblicare sulla pagina del centro studi postcoloniale e di genere, struttura di ricerca dell’ateneo, del quale è presidente, l’invito lanciato da gruppi ed associazioni, nell’ambito della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), a non comprare il «made in Israel». BDS sollecita ad evitare di acquistare merci di varia natura: stampanti, computer cosmetici,farmaci, prodotti agricoli. Accomunate, argomentano gli attivisti, dal lucrare sulla occupazione dei territori palestinesi, o perché realizzate in fabbriche all’interno delle colonie, o perché «finanziano il colonialismo», o per altri analoghi motivi. «Ci ispiriamo – sostengono i promotori di BDS – al movimento contro l’apartheid in Sudafrica e rispondiamo all’appello lanciato da centinaia di associazioni palestinesi». Piace anche a Chambers, quell’appello, e ad altri suoi colleghi del centro di studi postcoloniali. Lo collocano dunque in bella evidenza sul sito e lì resta praticamente per quasi due anni. Fino a ieri, però, quando lo stesso Chambers, su invito del rettore e con estremo disappunto, lo rimuove.
"Jewish Voice for Peace" e "Jews Say No!" si prendono la responsabilità per il falso 'NYT' che ha messo in luce la copertura mediatica tendenziosa su Israele/Palestina
di Adam Horowitz
Ieri abbiamo informato di un'edizione parodistica del New York Times distribuita nelle strade di New York. Da allora il finto giornale ha determinato titoli in prima pagina in tutto il mondo e l'account di Twitter e il sito web relativo a questa azione sono stati sospesi. Oggi, la sezione di New York di 'Jewish Voice for Peace' e l'organizzazione ' Jews Say No!' ["Voce ebraica per la pace" e "Gli ebrei dicono no!", due organizzazioni ebraiche nordamericane contrarie all'occupazione israeliana. Ndtr.] hanno rivendicato quest'azione. Ecco un comunicato stampa inviato dalle organizzazioni questa mattina:
(3 febbraio 2016) - Ieri diecimila copie di un supplemento speciale del New York Times dedicato ad Israele e Palestina sono state distribuite a NYC, mentre migliaia di versioni digitali sono state diffuse in internet. Il supplemento speciale, che era una parodia, include articoli come "Il Congresso discute dell'aiuto degli Stati uniti a Israele" e "Sulle orme di Mandela e di [Martin Luther] King: un movimento non-violento guadagna terreno da dieci anni," così come un editoriale: "La nostra nuova politica editoriale: ripensare a Israele-Palestina."
Un convegno a Milano, una due giorni per ritrovare l’essenza di una questione sempre più cruciale e sempre meno centrale
di Christian Elia
“Se questo fosse un conflitto, un faccia a faccia tra due contendenti, oggi celebreremmo un meeting post-mortem. Sarebbe come parlare di nativi americani, o degli ebrei dell’Olocausto. E invece no. Non è un confronto alla pari, non lo è mai stato. Non è solo un confronto tra israeliani e palestinesi, che sarebbe come uno scontro tra un camion e una bici. E’ molto di più”.
Michel Warschawski è uno degli ospiti della due giorni organizzata a Milano, dal titolo L’ultimo giorno di Occupazione sarà il primo giorno di Pace. Anima dell’Alternative Informatio Center, ex studente del Talmud, nato in Francia e immigrato in Israele da adolescente, militante politico e attivista anti-sionista, Warschawski continua a rappresentare l’Israele migliore. Quello che non si è fatto annientare dall’odio.
“Sempre più, i fattori internazionali hanno mutato questo confronto. Il declino dell’egemonia Usa sulla regione, l’emergere di tanti, troppi nuovi attori interessati ad assetti regionali e le primavere arabe. Tutto il contesto degli ultimi decenni è stato sconvolto”, sostiene Mikado, come lo chiamano in molti. “Mi è stato chiesto un bilancio delle cosiddette primavere arabe. Ma come si fa? Come si può immaginare di trarre bilanci di un processo rivoluzionario in soli cinque anni?”.
Perché per lui, questo funerale che si continua a celebrare, è prematuro. “Ricordo, durante i giorni di Piazza Tahrir, un’intervista all’inviato di una radio israeliana al Cairo. Un bravo ragazzo, non uno dei soliti fanatici pro governativi che mandiamo in giro. E questo ragazzo era colpito, dalla gente, dalla passione, da una piazza che rompeva gli stereotipi ai quali eravamo abituati. Il suo interlocutore, seccato, gli chiede – ma rispetto a noi? – e l’altro, stupito, risponde- niente – e l’intervista è finita. Perché per Israele, quel che accade nel mondo, è un trauma”.
Secondo Warschawski “la politica estera di Israele rispetto agli ultimi dieci anni è stata schiantata dai fatti. Non è stato capace di proteggere Mubarak e gli altri alleati, non è stato capace di impedire la distensione tra Usa e Iran. Perché mai gli Usa dovrebbero continuare a coprire di denaro un poliziotto locale che non riesce più a far bene il suo dovere? Israele, mentre il centenario equilibrio dell’accordo Sykes – Pikot è andato in pezzi, è rimasto impotente e smarrito”.
Illustre Signora Mogherini,
In nome delle nostre Associazioni, Ebrei contro l’Occupazione (ECO) e Salaam Ragazzi dell’Olivo (Comitato di Milano), vogliamo segnalarle che le decisioni della Commissione Europea nei riguardi della Palestina ed Israele sono del tutto inadeguate a far cessare le ingiuste, ed inumane, politiche di Israele contro i Palestinesi, sia quelli con cittadinanza israeliana, sia quelli residenti nei territori palestinesi occupati militarmente da Israele da ormai molti decenni.
Le azioni dei governi israeliani, dal 1948 a tutt’oggi, violano i più fondamentali diritti umani, civili e politici del popolo palestinese, e le numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, dal 1947 ad oggi. I palestinesi sono stati cacciati dalla loro terra con l’occupazione militare iniziale del 1947-49 (sin da prima della proclamazione dello Stato di Israele), che ha visto anche il massacro di molte decine di migliaia di loro. Da allora, lo Stato di Israele continua ogni giorno a cacciare i Palestinesi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme EST, e le uccisioni di Palestinesi negli attacchi con forze militari assolutamente preponderanti ed armi sofisticate contro Gaza ed in Cisgiordania hanno raggiunto numeri tali da guerra di un esercito moderno contro una popolazione civile.
Leggi: Ebrei contro l'occupazione e Salaam Milano scrivono a Federica Mogherini
La ONG israeliana Shurat HaDin sosteneva che un sindacato statunitense aveva violato il diritto del lavoro USA appoggiando il movimento per il boicottaggio anti-israeliano, ma il tribunale non ha accolto la richiesta.
Un centro legale israeliano che si autodefinisce "in prima linea nella lotta al terrorismo e nella salvaguardia dei diritti degli ebrei in tutto il mondo" ha perso una causa intentata contro un sindacato USA per aver aderito al boicottaggio contro Israele.
La causa era stata presentata dal centro di consulenza legale Shurat HaDin contro il sindacato United Electrical, Radio and Machine Workers of America (UE), dopo che questo durante la sua convenzione nazionale nell'agosto 2015 aveva aderito al movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS).
La UE, che rappresenta circa 35.000 lavoratori nei settori industriale, pubblico e non profit, è stato il primo sindacato nazionale americano ad appoggiare il BDS, che propone i boicottaggi come mezzo per spingere Israele a ritirarsi dai territori occupati.
Leggi: Un tribunale del lavoro americano respinge l'istanza antiboicottaggio di una ONG israeliana
di Ali Abunimah
Human Rights Watch chiede ad ogni impresa di interrompere completamente le proprie attività economiche nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme.
In un rapporto pubblicato martedì [12 gennaio 2016] l'organizzazione di New York ha anche sollecitato i governi a interrompere l'aiuto a Israele.
"Gli affari delle colonie inevitabilmente contribuiscono alle politiche di Israele che espropriano e discriminano pesantemente i palestinesi, mentre traggono profitto dal furto perpetrato da Israele della terra palestinese e di altre risorse," ha detto in una conferenza stampa Arvind Ganesan, direttore della sezione "Affari e diritti umani" di Human Rights Watch.
"L'unico modo che le imprese hanno per rispettare le proprie responsabilità nei confronti dei diritti umani è smettere di lavorare con e nelle colonie israeliane," ha aggiunto Ganesan.
Leggi: Porre fine ad ogni affare nelle colonie israeliane, sostiene Human Rights Watch
La terra, che garantisce e sostiene la vita, troppo spesso e in troppe parti del mondo viene sfruttata con il solo scopo di accumulare capitale. Una logica che da un lato produce enormi profitti per pochi e dall’altro causa distruzione di interi ecosistemi, appropriazione illegale di territori, povertà e oppressione per intere comunità: questo sia che si tratti delle monocolture che dell’occupazione dei territori palestinesi da parte delle aziende agricole israeliane. Esiste però uno strumento che possiamo utilizzare ogni giorno: il boicottaggio che di fronte ad un’economia che distrugge diventa un atto d’amore per la vita
di Gustavo Duch
Quei primi centimetri di terreno, ricchi di sostanze nutritive, che lo rendono fertile e produttivo; le gocce, l’umidità che consente alle piante di assorbirle e di portare a compimento la fotosintesi che le fa crescere; e il sangue che ci fa andare avanti. Sono i tre elementi fondamentali che permettono all’umanità di coltivare e raccogliere gli alimenti che ci danno e ci garantiscono la vita.
Tuttavia, in molte parti del mondo, la terra, l’acqua e il sudore -come tre ferite- vengono sfruttati con uno scopo molto diverso da quello di sostenere la vita: la semplice accumulazione del capitale.
Così possiamo vedere come gli incalcolabili profitti generati dall’olio di palma sono direttamente proporzionali all’enorme povertà dei paesi, come il Congo, dove cresce la palma. Vediamo come in Paraguay, la grande crisi alimentare corrisponda agli enormi profitti della produzione di soia nelle monocolture di pochi. O che l’economia di Israele genera un’enormità di profitti a partire daun’agricoltura che non fa nulla per sostenere la vita, al contrario, la ferisce tre volte, fino alla morte.
Il popolare sito di alloggi Airbnb sotto attacco per aver permesso che i coloni della Cisgiordania mettessero le loro case in affitto senza specificare dove si trovassero. Pronta una risoluzione dell’Unione Europea per marcare ancora di più la distinzione tra Israele e “tutti i territori occupati da Israele nel 1967″
di Giorgia Grifoni
L’appartamento di Oded, che offre 3 posti letto, un patio e una “vista panoramica sulle colline della Giudea”, sembra la sistemazione ideale per trascorrere qualche giorno in visita a Gerusalemme. Dotato di tutti i confort, a poca distanza dalla città vecchia e di proprietà di “un nativo gerosolimitano”, è la perfetta combinazione dei servizi offerti dal famoso portale di annunci Airbnb: relax, convenienza, privacy e contatto con la popolazione locale. Peccato che dietro la generica indicazione “Gerusalemme, Israele” si nasconda in realtà il “quartiere” di Armon Hanatziv, insediamento ebraico illegale dirimpettaio di Jabel Mukaber, nella Gerusalemme est occupata nel 1967 e mai riconosciuta come parte di Israele dalla comunità internazionale.
Poco oltre la Linea Verde, a Tekoa, colonia illegale della Cisgiordania meridionale, Howard propone un’abitazione “dall’eleganza mozzafiato, in posizione meravigliosa al limite del deserto” per la modica cifra di 475 euro a notte più spese. Può anche organizzare un giro sul cammello nel deserto, se gli ospiti lo desiderano. L’indicazione geografica, che in questo caso non può lasciare alcun dubbio sull’eventuale “contesa” di territori, è Tekoa, Israele. Sono dozzine gli alloggi sul sito Airbnb venduti da coloni israeliani come se fossero nello Stato ebraico, ma che in realtà si trovano nei Territori palestinesi occupati. Non solo appartamenti strappati nel 1967 ai residenti palestinesi di Gerusalemme est, ma anche cottage con piscina in alcune colonie come Maale Adumim e Kfar Eldad e addirittura piccoli container negli avamposti sparsi in Cisgiordania, come Havat Gilad, che sono considerati illegali persino da Tel Aviv.
Leggi: Territori palestinesi occupati: Airbnb dà il benvenuto in casa d’altri
Fonti ufficiali del ministero degli Esteri israeliano hanno manifestato sorpresa riguardo alla decisione delle Chiese Metodiste Unite (CMU) di disinvestire da cinque banche israeliane per questioni relative ai diritti umani.
Le banche Hapoalim, Leumi, First International Bank of Israel, Israel Discount e Mizrahi-Tefahot sono tra le 39 imprese messe sulla lista nera dal fondo pensione dell'CMU per non aver seguito le linee guida di una politica di investimenti rispettosa dei diritti umani. Anche una società di costruzioni, Shikun & Binui, è stata esclusa per il suo coinvolgimento nella costruzione di colonie.
Secondo il giornale Haaretz, la decisione statunitense è stata presa molto sul serio e sta provocando preoccupazione al ministero degli Esteri. Viene considerata una delle più pericolose decisioni prese fino ad ora da un'istituzione degli USA riguardo all'imposizione di sanzioni contro le imprese israeliane a causa delle loro attività in Cisgiordania.
Il giornale cita fonti ufficiali del ministero degli Esteri israeliano che sostengono che stanno ancora studiando la decisione e le sue conseguenze. Hanno anche detto che cercheranno di prendere contatti con i dirigenti della chiesa per tentare di fare pressioni per un ritiro della decisione o almeno di ridurne l'impatto.
La CMU è una delle maggiori congregazioni protestanti degli Stati uniti, con un numero stimato di sette milioni di membri.
Fonte: Middle East Monitor
Traduzione di Amedeo Rossi
Il sito non riconosce la Cisgiordania e sul sito “cede” tutto allo stato ebraico. Il partito Fatah si ribella: «Stanno lucrando su terre e proprietà rubate»
di Alessio Lana
Talvolta basta una domanda a carattere geografico per scatenare una crisi politica. Il quesito in questione è «Dove vuoi andare?», frase che campeggia all'apertura del sito di house sharing Airbnb. Basta rispondere Gerusalemme per trovarsi in una disputa internazionale sulle colonie israeliane in Palestina. La startup infatti considera gli insediamenti come facenti parte di Israele e non, come risulta da accordi internazionali, all'interno dei territori palestinesi occupati. Airbnb insomma cancella le lotte mediorientali con un colpo di spugna netto e cede tutta la Cisgiordania a Israele in un colpo solo.
Le accuse palestinesi
La cosa non è stata presa bene dalle alte sfere palestinesi. Il responsabile degli Affari esteri nel partito Fatah, Husam Zomlot, sul sito The National ha accusato la startup di attività «illegali e criminali». Airbnb, questa la tesi, sta «lucrando» su «terre e proprietà rubate» ma «verrà un tempo in cui imprese come queste che lucrano sull'occupazione saranno portate di fronte alla giustizia». Per avere una prova delle parole di Husam Zomlot basta cercare casa a Efrat, colonia a una mezz'ora da Gerusalemme che risulta regolarmente registrata in Israele oppure a Kedar o Tekoa, insediamento della West Bank in cui troviamo questo appartamento che nella descrizione è già tutto un programma. «Eleganza mozzafiato. Politica», dice l'annuncio.
Leggi: Airbnb e le case israeliane affittate nei Territori occupati in Palestina









