Terry Crawford-Browne - World BEYOND War

Nel 2013 è stato realizzato un documentario israeliano dal titolo “The Lab”, proiettato a Pretoria e a Città del Capo, in Europa, in Australia e negli USA e che ha vinto molti premi, persino al Tel Aviv International Documentary Film Festival [i].

La tesi del film è che l’occupazione israeliana di Gaza e della Cisgiordania è un “laboratorio” in modo che Israele, per esportarle, possa vantare che le sue armi sono state “testate in guerra e collaudate”. E, in modo ancor più grottesco, come il sangue palestinese si trasformi in denaro!

L’ American Friends Service Committee (i quaccheri) a Gerusalemme ha appena reso pubblico il suo “Database of Israeli Military and Security Exports” [Database delle Esportazioni Israeliane Militari e per la Sicurezza] (DIMSE) [ii]. Lo studio dettaglia il mercato globale e l’uso delle armi e dei sistemi di sicurezza di Israele dal 2000 al 2019. India e USA sono stati i due maggiori importatori, con la Turchia al terzo posto. Lo studio rileva:

“Israele ogni anno si trova tra i primi dieci esportatori di armi al mondo, ma non informa regolarmente il registro delle Nazioni Unite sulle armi convenzionali e non ha ratificato il trattato sul commercio delle armi. Il sistema giudiziario israeliano non richiede trasparenza su questioni legate alla vendita di armamenti e attualmente non ci sono limitazioni legali riguardo ai diritti umani dei paesi in cui vengono esportate le armi israeliane, salvo rispettare l’embargo sulla vendita di armi quando disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU."

Israele ha fornito ai dittatori del Myanmar equipaggiamento militare fin dagli anni ’50. Ma solo nel 2017, dopo le proteste internazionali contro i massacri dei musulmani rohingya e dopo che attivisti israeliani per i diritti umani hanno denunciato ai tribunali israeliani tale commercio, il governo israeliano è riuscito a sentirsi in imbarazzo [iii].

Nel 2018 l’ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani ha dichiarato che i generali del Myanmar dovrebbero essere processati per genocidio. Nel 2020 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha ordinato al Myanmar di evitare violenze genocide contro la minoranza rohingya e anche di conservare le prove degli attacchi del passato [iv].

Data la storia dell’Olocausto nazista, è diabolico che il governo e l’industria bellica di Israele siano attivamente complici del genocidio in Myanmar e in Palestina, oltre che in molti altri Paesi, compresi Sri Lanka, Ruanda, Kashmir, Serbia e Filippine [v]. È altrettanto scandaloso che gli USA proteggano Israele, uno Stato che è suo satellite, abusando del loro potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nel suo libro intitolato War against the People [Guerra contro il popolo, Edizioni Epoké, 2017], il pacifista israeliano Jeff Halper inizia con una domanda: “Come fa Israele a farla franca?” La sua risposta è che Israele fa il “lavoro sporco” per gli USA non solo in Medio Oriente, ma anche in Africa, America latina e altrove vendendo armi, sistemi di sicurezza e mantenendo al potere dittature attraverso il saccheggio delle risorse naturali, tra cui diamanti, rame, coltan, oro e petrolio [vi].

Il libro di Halper conferma sia “The Lab” che lo studio del DIMSE. Nel 2009 un ex ambasciatore USA in Israele ha polemicamente avvertito Washington che Israele stava diventando sempre più “la terra promessa del crimine organizzato”. Ora la devastazione della sua industria bellica è tale che Israele è diventato uno “Stato canaglia”.

Nove Paesi africani sono inclusi nella banca dati del DIMSE: Angola, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Kenya, Marocco, Sud Africa, Sud Sudan e Uganda. Le dittature di Angola, Camerun e Uganda sono legate da decenni all’appoggio militare israeliano. Tutti e nove i Paesi sono noti per la corruzione e le violazioni dei diritti umani, che invariabilmente sono interconnesse.

Il dittatore angolano di lunga data Eduardo dos Santos è stato ritenuto l’uomo più ricco dell’Africa, mentre sua figlia Isobel è diventata la donna più ricca [vii]. Entrambi alla fine sono stati processati per corruzione [viii].  Sui depositi di petrolio in Angola, Guinea Equatoriale, Sud Sudan e Sahara occidentale (occupato dal 1975 dal Marocco in violazione delle leggi internazionali) vi è evidenza del coinvolgimento di Israele.

I diamanti insanguinati sono l’attrattiva di Angola e Costa d’Avorio (oltre che della Repubblica Democratica del Congo e Zimbabwe, non inclusi nello studio). La guerra nella RDC viene definita la “Prima Guerra Mondiale dell’Africa”, perché le sue cause sono cobalto, coltan, rame e diamanti industriali richiesti dal cosiddetto business della guerra nel “Primo Mondo”.

Nel 1997 il magnate dei diamanti Dan Gertler [uomo d’affari israeliano, N.d.T.] ha fornito sostegno finanziario attraverso la sua banca israeliana alla cacciata di Mobutu Sese Seko e alla presa del potere nella RDC da parte di Laurent Kabila. In seguito i servizi di sicurezza israeliani hanno mantenuto al potere Kabila e suo figlio Joseph, mentre Gertler saccheggiava le risorse naturali della RDC [ix].

In gennaio, qualche giorno prima di lasciare il potere, l’ex- presidente Donald Trump ha tolto Gertler dalla lista dei soggetti sottoposti a sanzioni in base alla [legge USA] Global Magnitsky [che impone sanzioni contro i responsabili di violazioni dei diritti umani nel mondo, N.d.T.], in cui Gertler era stato inserito nel 2017 per “accordi minerari poco chiari e corrotti nella RDC”. Il tentativo di Trump di “perdonare” Gertler ora è stato messo in discussione presso il Dipartimento di Stato e il Tesoro USA da trenta organizzazioni della società civile congolesi e internazionali [x].

Benché non abbia miniere di diamanti, Israele è il principale centro mondiale per il taglio e la lavorazione degli stessi. Fondato durante la Seconda Guerra Mondiale con l’aiuto del Sudafrica, il commercio di diamanti ha aperto la strada all’industrializzazione di Israele. L’industria dei diamanti israeliana è anche legata sia all’industria bellica che al Mossad [servizio per la sicurezza estera di Israele, N.d.T.] [xi].

Negli ultimi trent’anni la Costa d’Avorio è stata politicamente instabile e la sua produzione di diamanti irrisoria [xii]. Eppure il rapporto DIMSE rivela che il commercio annuale di diamanti della Costa d’Avorio raggiunge tra i 50.000 e i 300.000 carati, e le imprese di armamenti israeliane sono attivamente coinvolte nello scambio tra armi e diamanti.

Negli anni ’90 cittadini israeliani sono stati coinvolti in modo significativo anche nella guerra civile della Sierra Leone e nello scambio tra armi e diamanti. Il colonnello Yair Klein e altri hanno addestrato il Revolutionary United Front (Fronte Unito Rivoluzionario) (RUF). “La tattica che caratterizzava il RUF era l’amputazione di civili, col taglio di braccia, gambe, labbra e orecchie con machete e asce. L’obiettivo del RUF era terrorizzare la popolazione per ottenere il dominio incontrastato sulle miniere di diamanti” [xiii].

Allo stesso modo una società di copertura del Mossad avrebbe truccato le elezioni nello Zimbabwe durante l’era di Mugabe [xiv]. Il Mossad è sospettato di aver poi organizzato nel 2017 il colpo di stato con cui Mnangagwa ha sostituito Mugabe. I diamanti del Marange, nello Zimbabwe, sono esportati in Israele passando per Dubai [città degli Emirati Arabi Uniti, N.d.T.].

A sua volta Dubai - la nuova patria dei fratelli Gupta [ricchissima famiglia di origine indiana, N.d.T.], è nota come uno dei principali centri mondiali di riciclaggio ed è anche uno dei nuovi amici arabi di Israele - rilascia certificati falsi in osservanza al Kimberley Process [impegno a non commerciare diamanti provenienti da zone di conflitto, N.d.T.] che attestano che questi diamanti insanguinati non sono legati a situazioni di conflitto. Le pietre vengono poi tagliate e lavorate in Israele per essere esportate negli USA, destinati principalmente a giovani ingenui che si bevono lo slogan pubblicitario di De Beers secondo cui i diamanti sono per sempre.

Il Sudafrica si colloca al 47° posto nello studio del DIMSE. Dal 2000 le importazioni di armi da Israele riguardano sistemi radar e aerei modulari in base all’accordo BAE/Saab Gripens, veicoli antisommossa e servizi di sicurezza informatica. Sfortunatamente il giro di denaro non è noto. Prima del 2000, nel 1988 il Sudafrica aveva comprato 60 aerei da caccia non più in uso dell’aviazione israeliana. I velivoli, ribattezzati Cheetah, vennero rivenduti al costo di 1,7 miliardi di dollari e consegnati dopo il 1994.

Questa vicinanza a Israele è diventata politicamente imbarazzante per l’ANC [African National Congress, partito al potere in Sudafrica dalla fine dell’apartheid, N.d.T.]. Benché alcuni aerei fossero ancora imballati, questi Cheetah vennero venduti a prezzi scontati a Cile ed Ecuador. Poi vennero sostituiti da BAE Hawks britannici e BAE/Saab Gripens svedesi a un prezzo maggiorato di 2,5 miliardi di dollari.

Lo scandalo per la corruzione relativa alla vendita di armamenti BAE/Saab non è ancora stato chiarito. Nelle circa 160 pagine di deposizioni giurate dell’Ufficio Britannico Antifrode e degli Scorpions [reparto speciale anticorruzione della polizia sudafricana, N.d.T.] si dettaglia come la BAE abbia pagato tangenti per 2 miliardi di rand [circa 110 milioni di euro], a chi sono state pagate queste bustarelle e su quali conti bancari in Sudafrica e all’estero sono state versate.

L’accordo per il finanziamento attraverso la Barclays Bank di questi caccia Bae/Saab, garantito dal governo britannico e firmato da Trevor Manuel [all’epoca ministro delle Finanze sudafricano, N.d.T.], è un esempio da manuale dell’induzione all’indebitamento del “Terzo Mondo” da parte delle banche britanniche.

Benché rappresenti meno dell’1% del commercio internazionale, si stima che il mercato delle armi rappresenti dal 40% al 45% della corruzione mondiale. Questa stima straordinaria è stata fatta - guarda un po’ - dalla Central Intelligence Agency (la CIA) attraverso il Dipartimento USA per il Commercio [xv].

La corruzione legata al commercio delle armi arriva direttamente ai vertici. Include la regina, il principe Carlo e altri membri della famiglia reale britannica [xvi].  Con pochissime eccezioni include anche ogni membro del Congresso USA, indipendentemente dal partito politico. Nel 1961 il presidente Dwight Eisenhower ammonì sulle conseguenze di quello che definì “il complesso militare-industriale-parlamentare”.

Come descritto in “The Lab”, gli squadroni della morte brasiliani e almeno 100 agenti della polizia americana sono stati addestrati ai metodi utilizzati dagli israeliani per eliminare i palestinesi. Le uccisioni di George Floyd a Minneapolis e di molti altri afro-americani in altre città mostrano chiaramente che la violenza e il razzismo dell’apartheid israeliano sono esportati in tutto il mondo. Le proteste dei Black Lives Matter che ne sono derivate hanno messo in luce che gli USA sono una società estremamente diseguale e disfunzionale.

Già nel 1977 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU stabilì che l’apartheid e le violazioni dei diritti umani in Sudafrica costituivano una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali. Venne imposto un embargo alla vendita di armi che venne violato da molti Paesi, in particolare da Germania, Francia, Gran Bretagna, USA e soprattutto da Israele [xvii].

Miliardi e miliardi di rand vennero versati ad Armscor [agenzia sudafricana incaricata dell’acquisto di armamenti, N.d.T.] e ad altri commercianti di armi per lo sviluppo di armi nucleari, missili e altre forniture, che si dimostrarono totalmente inutili contro l’opposizione interna all’apartheid. Tuttavia, invece di difendere con successo il sistema dell’apartheid, le spese sconsiderate per gli armamenti mandarono in bancarotta il Sudafrica.

Come ebbe a scrivere l’ex direttore di “Business Day” [quotidiano economico sudafricano, N.d.T.] il defunto, Ken Owen:

“Il male dell’apartheid apparteneva ai dirigenti civili, le sue follie erano interamente a carico degli ufficiali dell’esercito. È un’ironia della nostra liberazione che l’egemonia degli afrikaner [bianchi sudafricani di origine olandese, belga, tedesca e francese, N.d.T.] avrebbe potuto durare altri 50 anni se i teorici militari non avessero dirottato la ricchezza nazionale in imprese strategiche come Mossgas e Sasol [aziende energetiche, N.d.T.], Armscor [agenzia per l’acquisto e la produzione di armi, N.d.T.] e Nufcor [agenzia per l’acquisto di uranio, N.d.T.], che alla fine non ci hanno portato altro che bancarotta e disonore”[xviii].

Sulla stessa linea il direttore della rivista Noseweek [mensile sudafricano, N.d.T.] Martin Welz ha affermato: “Israele aveva il cervello ma non i soldi. Il Sudafrica i soldi, ma non il cervello.” In breve il Sudafrica finanziò lo sviluppo dell’industria bellica israeliana che oggi è la principale minaccia alla pace mondiale. Quando finalmente nel 1991 Israele si piegò alle pressioni USA e iniziò a fare marcia indietro rispetto all’alleanza con il Sudafrica, l’industria degli armamenti e i capi militari israeliani vi si opposero risolutamente.

Erano furibondi e insistettero che era un “suicidio”. Dichiararono: “Il Sudafrica ha salvato Israele.” Va anche ricordato che i fucili semiautomatici G3 utilizzati dalla polizia sudafricana nel massacro di Marikana [in cui vennero uccisi 34 lavoratori in sciopero e feriti gravemente almeno altri 78, N.d.T.]

del 2012 erano stati fabbricati dalla “Denel” su licenza israeliana.

Due mesi dopo il famoso discorso del Rubicone del presidente PW Botha [in cui egli affermò che il sistema di apartheid non sarebbe stato modificato, N.d.T.] nell’agosto 1985, quello che una volta era stato un banchiere bianco e conservatore diventò un rivoluzionario. All’epoca ero direttore del tesoro regionale di Nedbank [gruppo sudafricano di servizi finanziari, N.d.T.] per la provincia del Capo occidentale e responsabile delle operazioni bancarie internazionali. Ero anche un sostenitore della End Conscription Campaign [campagna per porre fine alla coscrizione obbligatoria] (ECC) e rifiutai di consentire che mio figlio, che era adolescente venisse registrato per il servizio di leva nell’esercito dell’apartheid.

La pena per il rifiuto di fare il servizio militare nell’esercito sudafricano era di sei anni di prigione. Si stima che 25.000 giovani bianchi abbiano lasciato il Paese per non essere arruolati nell’esercito dell’apartheid. Che il Sudafrica continui ad essere uno dei Paesi più violenti al mondo è solo una delle molte conseguenze persistenti del colonialismo, dell’apartheid e delle loro guerre.

Con l’arcivescovo Desmond Tutu e il defunto dottor Beyers Naude [religioso e attivista anti-apartheid afrikaner, N.d.T.] nel 1985 alle Nazioni Unite a New York lanciammo la campagna internazionale di sanzioni bancarie come ultima iniziativa nonviolenta per evitare una guerra civile e uno spargimento di sangue razziale. I paralleli tra il movimento americano per i diritti civili e la campagna mondiale contro l’apartheid erano evidenti agli afro-americani. Un anno dopo, superando il veto del presidente Ronald Reagan, venne approvato il Comprehensive Anti-Apartheid Act [legge Usa contro l’apartheid, N.d.T.].

Nel 1989, con la perestroika e l’imminente fine della Guerra Fredda, sia il presidente George Bush (Senior) che il Congresso USA minacciarono di vietare al Sudafrica di fare qualunque transazione finanziaria negli USA. Tutu e noi attivisti anti-apartheid non potevamo più essere tacciati di essere “comunisti”.  Questo era il contesto in cui tenne il suo discorso il presidente FW de Klerk nel febbraio 1990. De Klerk se ne rese chiaramente conto.

Senza accesso alle sette maggiori banche di New York e al sistema di pagamento in dollari USA, il Sudafrica non sarebbero più stato in grado di commerciare con nessun Paese al mondo. Il presidente Nelson Mandela in seguito riconobbe che la campagna di sanzioni bancarie di New York era stata la strategia più efficace contro l’apartheid [xix].

Quanto successo in Sudafrica è una lezione di particolare rilevanza per Israele che, come il Sudafrica dell’apartheid, sostiene falsamente di essere una democrazia. Dire che le critiche sono “antisemite” è sempre più controproducente, in quanto sempre più ebrei in tutto il mondo si dissociano dal sionismo.

Che Israele sia uno Stato di apartheid è ora ampiamente documentato - anche dal Tribunale Russell sulla Palestina che si riunì a Città del Capo nel novembre 2011. Allora confermò che la condotta del governo israeliano verso i palestinesi rispondeva ai criteri giuridici dell’apartheid, ed era un crimine contro l’umanità.

All’interno dello stato di Israele vero e proprio più di 50 leggi discriminano i palestinesi cittadini d’Israele sulla base della cittadinanza, della terra e della lingua, con il 93% della terra riservata solo all’insediamento ebraico. Durante il Sudafrica dell’apartheid simili umiliazioni erano descritte come “piccolo apartheid”. Dall’altra parte della Linea Verde, l’Autorità Nazionale Palestinese è un bantustan del “grande apartheid”, ma con ancor meno autonomia di quella che avevano i Bantustan in Sudafrica.

L’impero romano, quelli ottomano, francese, britannico e sovietico alla fine sono tutti crollati dopo aver fatto bancarotta a causa dei costi delle loro guerre. Per dirla con le concise parole del defunto Chalmers Johnson [storico ed economista statunitense, N.d.T.], che ha scritto tre libri sul futuro crollo dell’impero americano: “Le cose che non possono durare per sempre, non durano” [xx].

Ora l’imminente collasso dell’impero USA è stato evidenziato dall’insurrezione di Washington istigata da Trump il 6 gennaio. Nelle elezioni presidenziali del 2016 l’alternativa è stata tra una criminale di guerra e un pazzoide. All’epoca ho sostenuto che il pazzoide fosse in realtà la scelta migliore perché Trump avrebbe demolito il sistema mentre Hillary Clinton lo avrebbe ritoccato e fatto durare di più.

Con il pretesto di “proteggere l’America”, centinaia di miliardi di dollari sono stati spesi in armi inutili. Che gli USA abbiano perso ogni guerra combattuta dalla Seconda Guerra Mondiale non sembra importare finché il denaro arriva a Lockheed Martin, Raytheon, Boeing e a migliaia di altri fornitori di armi, oltre che alle banche e alle imprese petrolifere [xxi].

Dal 1940 alla fine della Guerra Fredda nel 1990 gli USA hanno speso 5.8 trilioni di dollari solo per le armi nucleari e lo scorso anno hanno deciso di spendere altri 1.2 trilioni per modernizzarle [xxii].

Il trattato sulla proibizione delle armi nucleari è diventato una legge internazionale il 22 gennaio 2021.

Si stima che Israele abbia 80 testate nucleari puntate verso l’Iran. Nel 1969 il presidente Richard Nixon ed Henry Kissinger escogitarono la finzione che “gli USA avrebbero accettato lo stato nucleare di Israele finché Israele non lo avesse riconosciuto pubblicamente” [xxiii].

Come riconosce l’International Atomic Energy Agency [Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, con sede a Vienna, N.d.T.] (IAEA), l’Iran ha abbandonato l’obiettivo di sviluppare armi nucleari fin dal 2003, dopo che gli americani avevano impiccato Saddam Hussein, che era stato “il loro uomo” in Iraq. L’insistenza israeliana secondo cui l’Iran rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale è falsa tanto quanto le false notizie dell’intelligence nel 2003 riguardo alle “armi di distruzione di massa” dell’Iraq.

I britannici “scoprirono” il petrolio in Persia [Iran] nel 1908 e lo depredarono. Dopo che un governo democraticamente eletto nazionalizzò l’industria petrolifera iraniana, nel 1953 il governo britannico e quello USA orchestrarono un colpo di stato e poi appoggiarono la brutale dittatura dello Scià finché essa venne rovesciata dalla rivoluzione iraniana del 1979.

Gli americani erano (e continuano ad essere) furiosi. Per vendetta e in collaborazione con Saddam e con molti altri governi (compreso il Sudafrica dell’apartheid), gli USA provocarono deliberatamente una guerra di otto anni tra Iraq e Iran. Dati questi precedenti e inclusa la revoca da parte di Trump del Joint Comprehensive Plan of Action [accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama, N.d.T.] (JCPOA), non c’è da stupirsi che gli iraniani siano così scettici riguardo agli impegni USA di rispettare qualunque accordo o trattato.

Sono in questione il ruolo del dollaro USA come moneta di riserva mondiale e la determinazione degli USA a imporre la propria egemonia sia finanziaria che militare sull’intero pianeta. Ciò spiega anche la ragione dei tentativi di Trump di promuovere una rivoluzione in Venezuela, che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo. Nel 2016 Trump ha sostenuto che avrebbe “prosciugato la palude” a Washington. Al contrario durante la sua presidenza la palude è degenerata in una fogna, come evidenziato dai suoi accordi per gli armamenti con l’Arabia Saudita, Israele e gli EAU, oltre al suo “accordo del secolo” con Israele [xxiv].

Il presidente Joe Biden deve la sua elezione all’affluenza alle urne degli elettori afro-americani negli “Stati blu” [Stati prevalentemente a favore del partito Democratico, N.d.T.]. Date le rivolte del 2020, l’impatto delle iniziative di Black Lives Matter e l’impoverimento delle classi medie e di quella operaia, la sua presidenza darà la priorità alle questioni dei diritti umani in patria e anche al disimpegno a livello internazionale.

Dopo 20 anni di guerre dall’11 settembre in poi, gli USA sono stati superati in astuzia dalla Russia in Siria e dall’Iran in Iraq. E l’Afghanistan ha ancora una volta confermato la sua storica fama di “tomba degli imperi”. In quanto ponte terrestre tra Asia, Europa e Africa, il Medio Oriente è vitale per le ambizioni cinesi di confermare la propria posizione storica come Paese dominante a livello mondiale.

Un’avventata guerra israeliana/saudita/statunitense contro l’Iran provocherebbe quasi certamente il coinvolgimento di Russia e Cina. Le conseguenze globali potrebbero essere catastrofiche per l’umanità.

L’indignazione internazionale dopo l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi è stata aggravata dalle rivelazioni secondo cui USA e Gran Bretagna (più altri Paesi, compreso il Sudafrica) sono stati complici, avendo fornito all’Arabia Saudita e agli EAU non solo armi, ma anche supporto logistico alla guerra di sauditi ed emiratini in Yemen.

Biden ha già annunciato che i rapporti tra USA e Arabia Saudita saranno “ridefiniti” [xxv]. Pur proclamando che “l’America è tornata”, la realtà che l’amministrazione Biden si trova davanti è una crisi interna. Le classi medie e lavoratrici si sono impoverite e, a causa delle priorità economiche dovute alle guerre dopo l’11 settembre e quindi le infrastrutture americane sono state trascurate in modo deplorevole. L’avvertimento di Eisenhower nel 1961 è stato ora confermato.

Più del 50% del bilancio del governo federale USA viene speso per preparativi bellici e per continuare a finanziare i costi delle guerre passate. Annualmente il mondo, per lo più gli USA e i suoi alleati della NATO, spende 2 trilioni di dollari per prepararsi alla guerra. Una frazione di questa somma potrebbe finanziare urgenti problemi legati al cambiamento climatico, alla povertà e a una serie di altre priorità.

Dalla guerra dello Yom Kippur del 1973 il prezzo del petrolio dell'OPEC è valutato solo in dollari USA. Con un accordo negoziato da Henry Kissinger il petrolio saudita ha sostituito l’oro come base monetaria [xxvi]. Le conseguenze globali sono immense, ed includono:

  • Garanzie di USA e Gran Bretagna riguardo alla famiglia reale saudita contro rivolte interne;
  • Al petrolio dell’OPEC è stato attribuito un prezzo solo in dollari USA, e i proventi sono depositati nelle banche di New York e Londra. Di conseguenza il dollaro è la valuta di riserva internazionale, e il resto del mondo finanzia il sistema bancario, l’economia e le guerre degli USA;
  • La Banca d’Inghilterra amministra un “fondo nero saudita”, il cui scopo è finanziare la destabilizzazione occulta di Paesi ricchi di risorse naturali in Asia e Africa. Se l’Iraq, l’Iran, la Libia o il Venezuela dovessero chiedere il pagamento in euro o in oro invece che in dollari, la conseguenza sarebbe un “cambiamento di regime”.

Grazie alla base monetaria in petrolio saudita la spesa militare altrettanto illimitata degli USA viene attualmente finanziata dal resto del mondo. Ciò include i costi di circa 1.000 basi militari USA in tutto il pianeta, il cui scopo è di garantire che gli USA, con solo il 4% della popolazione mondiale, possano conservare la propria egemonia militare e finanziaria. Circa 34 di queste basi sono in Africa, di cui due in Libia [xxvii].

L’“Alleanza dei Cinque Occhi” formata da Paesi anglofoni bianchi (che comprende USA, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda e di cui Israele è di fatto membro) si è arrogata il diritto di intervenire quasi ovunque nel mondo. La NATO è intervenuta con risultati disastrosi in Libia nel 2011 dopo che Muammar Gheddafi ha chiesto il pagamento del petrolio libico in oro invece che in dollari.

Con il declino economico degli USA e la Cina in crescita, queste strutture militari e finanziarie non sono né adeguate né sostenibili nel XXI secolo. Dopo aver aggravato la crisi finanziaria del 2008 con massicce operazioni di salvataggio finanziario a favore delle banche e della borsa, la pandemia da COVID e un intervento di salvataggio finanziario ancora più esteso hanno accelerato il collasso dell’impero USA.

Ciò coincide con una situazione in cui gli USA non sono più nemmeno i principali importatori dal petrolio mediorientale o da esso dipendenti. Sono stati rimpiazzati dalla Cina, che è anche il maggior creditore dell’America e detentore di buoni del Tesoro USA. Le implicazioni per Israele come Stato di colonialismo d’insediamento nel mondo arabo saranno enormi, dal momento che il “grande padre” non può intervenire o non lo farà.

Il prezzo dell’oro e del petrolio erano il barometro con il quale venivano misurati i conflitti internazionali. Il prezzo dell’oro è stagnante e anche quello del petrolio è relativamente basso, mentre l’economia saudita è in grave crisi. Al contrario, il prezzo del bitcoin è salito alle stelle, da 1.000 dollari quando Trump ha assunto il potere nel 2017 a oltre 58.000 il 20 febbraio scorso. Persino i banchieri di New York improvvisamente prevedono che il prezzo del bitcoin possa addirittura raggiungere i 200.000 dollari entro la fine del 2021, mentre il dollaro USA continuerà a calare e un nuovo sistema finanziario globale sta emergendo dal caos [xxviii].

Terry Crawford-Browne è coordinatore per il Sudafrica di World BEYOND War [Mondo oltre la Guerra, organizzazione pacifista presente in una ventina di Paesi, N.d.T.] e autore di Eye on the Money [Occhi sul denaro] (2007), Eye on the Diamonds [Occhi sui diamanti], (2012) e Eye on the Gold [Occhi sull’oro] (2020).

 

[i] Kersten Knipp, “The Lab:  Palestinians as Guinea Pigs?” Deutsche Welle/Qantara de 2013, 10 December 2013.

[ii] Database of Israeli Military and Security Exports (DIMSA). American Friends Service Committee, November 2020. https://www.dimse.info/

[iii] Judah Ari Gross, “After courts gagged ruling on arms sales to Myanmar, activists call for protest,” Times of Israel, 28 September 2017.

[iv] Owen Bowcott and Rebecca Ratcliffe, “UN’s top court orders Myanmar to protect Rohingya from Genocide, The Guardian, 23 January 2020.

[v] Richard Silverstein, “Israel’s Genocidal Arms Customers,” Jacobin Magazine, November 2018.

[vi] Jeff Halper, War against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification, Pluto Press, London 2015

[vii] Ben Hallman, “5 Reasons why Luanda Leaks is bigger than Angola,” International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), 21 January 2020.

[viii] Reuters, “Angola moves to seize Dos Santos-linked asset in Dutch Court,” Times Live, 8 February 2021.

[ix] Global Witness, “Controversial billionaire Dan Gertler appears to have used suspected international money laundering network to dodge US sanctions and acquire new mining assets in DRC,” 2 July 2020.

[x] Human Rights Watch, “Joint letter to the US on Dan Gertler’s License [No. GLOMAG-2021-371648-1], 2 February 2021.

[xi] Sean Clinton, “The Kimberley Process: Israel’s multi-billion dollar blood diamond industry,” Middle East Monitor, 19 November 2019.

[xii] Tetra Tech on behalf of US AID, “Artisanal Diamond Mining Sector in Côte d’Ivoire,” October 2012.

[xiii] Greg Campbell, Blood Diamonds: Tracing the Deadly Path of the World’s Most Precious Stones, Westview Press, Boulder, Colorado, 2002.

[xiv] Sam Sole, “Zim voters’ roll in hands of suspect Israeli company,” Mail and Guardian, 12 April 2013.

[xv] Joe Roeber, “Hard-Wired For Corruption,” Prospect Magazine, 28 August 2005

[xvi] Phil Miller, “Revealed: British royals met tyrannical Middle East monarchies over 200 times since Arab Spring erupted 10 years ago,” Daily Maverick, 23 February 2021.

[xvii] Sasha Polakow-Suransky, The Unspoken Alliance: Israel’s Secret Relationship with Apartheid South Africa, Jacana Media, Cape Town, 2010.

[xviii] Ken Owen, Sunday Times, 25 June 1995.

[xix] Anthony Sampson, “A Hero from an Age of Giants,” Cape Times, 10 December 2013.

[xx] Chalmers Johnson [who died in 2010] wrote numerous books.  His trilogy on the US Empire, Blowback [2004], The Sorrows of Empire [2004] and Nemesis [2007] focus on the Empire’s future bankruptcy because of its reckless militarism.  A 52-minute video interview produced in 2018 is an insightful prognosis and readily available free-of-charge.  https://www.youtube.com/watch?v=sZwFm64_uXA

[xxi] William Hartung, The Prophets of War: Lockheed Martin and the Making of the Military Industrial Complex, 2012

[xxii] Hart Rapaport, “The US government plans to spend over one trillion dollars on Nuclear Weapons,” Columbia K=1 Project, Center for Nuclear Studies, 9 July 2020

[xxiii] Avner Cohen and William Burr, “Don’t Like That Israel Has the Bomb? Blame Nixon,” Foreign Affairs, 12 September 2014.

[xxiv] Interactive Al Jazeera.com, “Trump’s Middle East Plan and a Century of Failed Deals,” 28 January 2020.

[xxv] Becky Anderson, “US sidelines Crown Prince in recalibration with Saudi Arabia,” CNN, 17 February 2021

[xxvi] F. William Engdahl, A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order, 2011.

[xxvii] Nick Turse, “US military says it has a ‘light footprint in Africa: These documents show a vast network of bases.” The Intercept, 1 December 2018.

[xxviii] “Should the World Embrace Cryptocurrencies?” Al Jazeera: Inside Story, 12 February 2021.

Traduzione di Zeitun