LIBERTÀ. GIUSTIZIA. UGUAGLIANZA.

Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni per i diritti del popolo palestinese.

Cara Noa,

siamo un gruppo di attiviste e attivisti, lavoratrici e lavoratori del settore culturale, riuniti sotto la sigla Artists for Palestine e congiuntamente a BDS Italia abbiamo deciso di scriverti perché insieme ci battiamo affinché si ponga fine al genocidio, all'occupazione e all'apartheid che da decenni affliggono il popolo palestinese. 

Cogliamo l’occasione dell’imminente Festival Re-Imagine Peace, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio nell’ambito dell’Estate Fiorentina, e che ti vede alla direzione artistica, per portare alla tua attenzione alcuni temi, che riteniamo di fondamentale importanza e che scorrendo il programma del festival, risultano completamente assenti. 

Conosciamo il tuo impegno per la pace e il dialogo tra i popoli e assistiamo da anni a questa tua instancabile missione. 

Anche noi vorremmo la pace e la fine delle atrocità compiute contro uomini, donne e bambini innocenti.

Ma c'è un “ma”. Un “ma” che fa un’enorme differenza quando si parla di Palestina e Israele.

Perché, cara Noa, non possiamo immaginare una pace senza giustizia, senza il ripristino del diritto internazionale, senza la fine di un regime di oppressione che non nasce con lo scellerato governo di Netanyahu, ma che affonda le proprie radici molto più indietro nel tempo.

Qui c’è uno Stato, Israele, che da quasi ottant'anni nega sistematicamente il diritto al ritorno del popolo palestinese; che promuove un sistema di apartheid in cui esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B; che mette in atto, con la violenza a cui ormai da anni assistiamo ogni giorno, le sue politiche di occupazione e colonizzazione; che tiene sotto assedio nella striscia di Gaza un’intera popolazione affamandola e riducendola allo stremo; che ha ignorato ripetutamente le risoluzioni delle Nazioni Unite e che sta compiendo un genocidio, come ampiamente documentato da organismi ONU e analisi indipendenti, che ha già sterminato più di 78000 palestinesi. 

Parliamo anche di uno Stato che obbliga i propri cittadini a vivere in una condizione di militarizzazione permanente, imponendo il servizio militare e coinvolgendoli in una pratica genocida e di pulizia etnica che lascia profonde ferite psicologiche. Un trauma che poi si cerca di curare attraverso percorsi individuali – yoga, meditazione e altre pratiche – senza mettere mai realmente in discussione le cause strutturali che lo producono. 

Noi questo trauma collettivo lo vediamo da tempo. Lo ha documentato con rigore la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese, che ha anche analizzato quella che definisce l'economia del genocidio, esponendosi a pesanti attacchi politici e a sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Da anni lo denuncia anche il movimento BDS, che sappiamo tu osteggi con determinazione. 

Cara Noa, l'elenco potrebbe continuare a lungo e non crediamo che questa sia la sede per affrontare nel dettaglio tutte queste questioni.

Vogliamo però porti una domanda semplice.

Come si può immaginare una pace senza giustizia? Senza il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale, e del diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà, allo smantellamento del sistema di apartheid e al ritorno dei profughi? 

Noi non sappiamo cosa significhi nascere in un Paese come Israele, né quanto una narrazione costruita anche attraverso l'art washing e il peace washing possa permeare la vita delle persone e di artiste come te. Il nostro dovere, però, è quello di denunciare con forza e determinazione ciò che, (ai nostri occhi), seguendo le linee del PACBI, rappresenta un'operazione di normalizzazione che non contribuisce in alcun modo alla pace che professi di volere e per la quale tanto ti spendi. 

Nessuno vuole che il genocidio continui. Ma non si può chiedere la pace senza chiedere giustizia, senza la fine dell'occupazione, senza il diritto al ritorno, senza uno Stato in cui musulmani, cristiani ed ebrei possano vivere insieme, con pari diritti. 

Non si può chiedere la pace costruendo manifestazioni che mettano sullo stesso piano oppressi e oppressori, vittime e carnefici, come fossero entrambi responsabili di un “conflitto”, che conflitto non è. Come se le condizioni che sono alla base di questa relazione fossero del tutto simmetriche, quando sappiamo benissimo che così non è.

Non si può invocare un dialogo quando ci si ostina ad ignorare che nessun dialogo è possibile senza un’assunzione di responsabilità, senza il diritto alla giustizia per ciò che si è subito, senza riconoscere che questa non è una guerra in cui ci sono caduti da una parte e dall’altra, ma una sistematica volontà di annientamento di un popolo attraverso politiche e strategie concepite e messe in atto da più di un secolo.

Non si può seminare pace se i semi sono avvelenati e il terreno è stato espropriato con la violenza, sventrato e reso arido. 

L’arte non è una bandiera sotto cui nascondere sangue e ingiustizia. L’arte non ha paura delle parole, le usa tutte. 

E giustizia, diritti, uguaglianza, genocidio, sono parole che mancano totalmente nel tuo festival.

Ti chiediamo quindi di usarle. Di avere il coraggio di inserirle nel fitto programma di eventi previsti durante le tre giornate fiorentine. E ti suggeriamo di ampliare il tuo sguardo e di provare a rivolgerlo al di là di quel muro che lo impedisce, lo occulta e lo nega.

Solo allora le tue parole potranno essere davvero parole di pace.

Fino a quel momento, ai nostri occhi, continueranno a contribuire alla legittimazione e normalizzazione di un sistema di oppressione. 

Artists for Palestine

BDS Italia