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La multinazionale fossile italiana Eni non avrà alcun ruolo nell’esplorazione ed eventuale sfruttamento del gas nel tratto di Mar Mediterraneo all’interno della zona economica esclusiva palestinese. Un articolo pubblicato dal quotidiano finanziario israeliano Globes lo scorso 22 marzo ha messo nero su bianco la notizia che il cane a sei zampe è uscito dal consorzio composto anche da Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Energies (società israeliana) nell’ottobre del 2025.
La notizia è stata confermata ieri all’agenzia di stampa Staffetta Quotidiana con questa dichiarazione da parte della società petrolifera: «Eni conferma il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del Blocco G deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione». Da notare che nell’articolo di Globes si faceva esplicito riferimento a questioni «legate alla sicurezza».
Nella nota che Ratio Energies ha inviato il 20 marzo 2026 alla Borsa di Tel Aviv si legge che «nell’ottobre 2025 Eni, che avrebbe dovuto fungere da operatore per le licenze, ha notificato al commissario per il petrolio del ministero dell’Energia e delle Infrastrutture e agli altri membri del consorzio la sua decisione di ritirarsi dal consorzio». ll 29 ottobre 2023, un consorzio guidato da Eni si era aggiudicato sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo, il 62% delle quali, secondo il diritto internazionale, si trova all’interno della Zona economica esclusiva palestinese. A seguito di questa assegnazione sulla carta illegittima, nel febbraio 2024 le organizzazioni palestinesi Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights avevano diffidato Eni affinché desistesse «dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree della ‘Zona G’ che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina», sottolineando che tali attività chiaramente violato il diritto internazionale.
In Italia la notizia aveva generato una discreta eco, tanto da mobilitare i parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle a interrogare in più occasioni il ministero degli Esteri, che si era limitato a riportare la posizione dell’azienda: «Da quanto riferisce Eni il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse». La medesima risposta era arrivata agli azionisti critici del Cane a sei zampe in occasione delle assemblee degli azionisti del 2024 e del 2025.
Il ritardo nella comunicazione dell’uscita di Eni dal consorzio sarebbe dettato dalla volontà di Ratio di raggiungere prima un accordo con Dana Petroleum affinché quest’ultima funga da operatore del giacimento di gas, qualora ne venisse scoperto uno. L’accordo sulla ripartizione delle quote nella partnership tra Ratio e Dana rischia di richiedere tempo, poiché l’attenzione della dirigenza della Korea National Oil Corporation è attualmente concentrata sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, dove passa la maggior parte delle forniture petrolifere della Corea. Ratio sta anche valutando il risarcimento che Eni dovrà pagare a seguito del suo ritiro dal consorzio.
Questo articolo dà ufficialmente il via alla campagna Boycott ENI promossa da BDS Italia, ricostruendo le principali responsabilità e complicità della multinazionale italiana con il regime israeliano di apartheid, occupazione e colonizzazione. L’inchiesta documenta l’opacità che circondava la partecipazione di ENI al consorzio titolare delle licenze per l’esplorazione di gas nelle acque antistanti Gaza, in larga parte comprese nella Zona Economica Esclusiva palestinese. Esamina inoltre i rapporti societari con il gruppo israeliano Delek, coinvolto nelle colonie illegali in Cisgiordania e nel rifornimento delle forze armate israeliane, e il ruolo delle infrastrutture di ENI nella filiera del greggio destinato a Israele.
L’articolo fotografa la situazione esistente al momento del lancio della campagna, prima che ENI rinunciasse alla licenza di esplorazione e uscisse definitivamente dal consorzio. Questi sviluppi rappresentano risultati importanti della pressione esercitata dalla mobilitazione, ma non esauriscono le responsabilità dell’azienda né le ragioni della campagna. Boycott ENI prosegue per chiedere alla multinazionale, partecipata dallo Stato italiano, di interrompere ogni accordo, collaborazione e attività economica che contribuisca a sostenere il sistema israeliano di apartheid, l’occupazione illegale del territorio palestinese e le gravi violazioni dei diritti del popolo palestinese.


