Oberlin, Ohio (USA): In un momento storico, domenica 5 maggio, il consiglio studentesco di Oberlin College ha votato per disinvestire da sei aziende che traggono profitti dall'occupazione e dall'oppressione dei palestinesi. L’associazione Students for a Free Palestine (SFP) di Oberlin College ha presentato una risoluzione per il disinvestimento e una petizione a sostegno. Dopo una seduta plenaria di tre ore, il consiglio studentesco ha votato a maggioranza per sostenere la risoluzione con diverse modifiche.
"Siamo entusiasti del fatto che questa risoluzione sia stata approvata. Siamo orgogliosi del fatto che il nostro consiglio studentesco abbia deciso di stare dalla parte della giustizia", dice Lucia Kalinosky, OC '13, e attivista di SFP.
La Palestine Society accoglie con favore la decisione dell’Accommodation and Campus Services (ACS) dell'Università di Sheffield di non rinnovare il loro contratto per la gestione dei rifiuti con Veolia Environmental Services. Ciò avviene dopo un anno di azioni coordinate e proteste da parte della Palestina Society e del corpo studentesco contro la presenza della Veolia nel campus, nell’ambito della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) dell'Unione degli Studenti contro i perpetratori di crimini di guerra nei Territori palestinesi occupati.
L’unione degli Studenti dell'Università di Sheffield è uno dei centri più importanti di attivismo studentesco pro-palestinese. Lo scorso ottobre è diventato il primo delle università del Russell Group ad approvare la campagna globale BDS (http://www.shef.ac.uk/union/you-run-us/policies/current/#israeli), un anno dopo essere diventato la prima università del paese a stabilire legami con un università di Gaza. Entrambe queste adesioni sono state approvate, a larga maggioranza, in referendum aperti a tutto il corpo studentesco. Dato questo livello d’impegno con la causa palestinese, la presenza di una società come Veolia nel nostro campus era semplicemente inaccettabile.
Risposta della campagna Stop G4S all'articolo pubblicato sul Financial Times "G4S to quit key contracts in Israel"
Attiviste e attivisti della campagna Stop G4S continueranno a premere per responsabilizzare la G4S
Non è certo una sorpresa che la G4S abbia dichiarato di voler ritirarsi nel 2015 da alcuni contratti di sicurezza israeliani nella Cisgiordania occupata illegalmente. È ciò che stanno dicendo da molti mesi, quindi questo ri-annuncio di vecchie notizie non cambia nulla.
Con la pubblicazione questa settimana del loro vacuo rapporto sulla responsabilità aziendale del 2012, ancora una volta siamo testimoni dei vani tentativi della G4S di distrarci dalle loro attività in corso in Israele dove forniscono servizi per le carceri israeliane utilizzate per detenere illegalmente e torturare i prigionieri palestinesi, compresi i bambini. Inoltre, tuttora sostengono che i loro contratti di sicurezza negli insediamenti illegali non favoriscono violazioni del diritto internazionale!
Il Sud Africa torna a regolare le esportazioni di beni prodotti in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Ieri il governo sudafricano ha imposto nuove normative in merito all'etichettatura dei prodotti provenienti dai Territori: "Siamo tutti d'accordo che tali beni debbano indicare con chiarezza da dove provengono, così che i consumatori possano compiere scelte informate. Secondo la nostra legge sulla protezione dei consumatori, questi hanno il diritto di conoscere l'origine dei beni che acquistano", ha detto Sidwell Medupe, portavoce del Dipartimento del Commercio e l'Industria.
Ovvero, nella pratica, le nuove etichette apposte sui prodotti delle colonie non riporteranno "Made in Israel", ma specificheranno l'esatta origine. Alcuni esempi: i beni provenienti da Gaza saranno etichettati come "Made in Gaza-Israel", quelli dalla Cisgiordania come "West Bank-Israel" e quelli da Gerusalemme Est "East Jerusalem-Israel". Un modo per riconoscere i beni prodotti da compagnie e aziende palestinesi, secondo il governo, e per non confonderli con quelli di compagnie israeliane.
Questo video, del MA'AN Development Center, svela un fenomeno estremamente inquietante presente nei Territori palestinesi occupati: il lavoro minorile palestinese nelle piantagioni degli insediamenti israeliani nella Valle del Giordano. Contiene interviste ai ragazzi stessi, ad un intermediario palestinese e a numerosi funzionari ed esperti del settore.
Comunicato stampa della Presidente della Camera
In oltre un'ora di conversazione molto cordiale, la Presidente Boldrini ha ribadito il suo sostegno al rafforzamento delle relazioni tra Italia ed Israele, che vantano una consolidata tradizione di rapporti bilaterali tra le rispettive assemblee parlamentari, nonché il suo fermo impegno contro ogni forma di intolleranza e di discriminazione. "L'antisemitismo non deve e non può esistere al giorno d'oggi", ha affermato la Presidente. "Spero che il Parlamento potrà presto esaminare anche le proposte di modifiche legislative che inaspriscono le sanzioni contro chi predica l'odio e l'intolleranza".
Si moltiplicano le affermazioni secondo le quali le colonie sarebbero un bene per i palestinesi, da parte di chi forse confonde l'occupazione lavorativa con l'occupazione militare
di Stephanie Westbrook
Gli ultimi mesi hanno visto un aumento degli appelli per misure contro il commercio con gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati, tra questi: la relazione dei capi missione dell’UE a Gerusalemme e Ramallah, la richiesta degli europarlamentari per la sospensione dell’Accordo UE-Israele, il rapporto della missione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani dell’ONU e l’annuncio del governo olandese di nuove linee guida per l’etichettatura dei prodotti degli insediamenti.
Allo stesso tempo, si vanno moltiplicando le affermazioni secondo le quali gli insediamenti sarebbero un bene per i lavoratori palestinesi, da parte di chi forse confonde l’occupazione lavorativa con l’occupazione militare.
Nuova questione palestinese in medio oriente. Stavolta, però, in chiave vitivinicola. Pare, infatti, che l'Unione Europea stia pressando i produttori israeliani del territorio per etichettare i loro vini con la dicitura "Israeli product of the Occupied Palestinian Territories" (prodotto israeliano dei territori palestinesi occupati). L'etichetta Made in Israel non basterebbe, quindi. Ma come si può immaginare i produttori non hanno preso troppo bene questa richiesta e i vigneti si preannunciano come un nuovo campo di battaglia (economico) nel conflitto tra israeliani e palestinesi: "Questo è razzismo puro", dice Yaakov Berg, fondatore di Psagot Winery a pochi Km da Gerusalemme (la cantina nata nel 2003 e che in un decennio è passata da 3mila bottiglie a 100mila) "io non ho ucciso nessuno per prendere questa terra. L'ho pagata. E offro buoni posti di lavoro ai palestinesi che guadagnano tre o quattro volte quello che potrebbero guadagnare altrove".
AKRON, Pennsylvania (USA). Il consiglio di amministrazione del Mennonite Central Committee (Comitato centrale mennonita, MCC [organizzazione di volontariato delle chiese anabattiste]) degli USA ha deciso all'unanimità che il MCC USA non investirà in aziende di cui sia consapevole che beneficino di prodotti o servizi usati allo scopo di perpetrare atti di violenza contro palestinesi, israeliani o altri gruppi di persone.
Questa decisione, presa alla riunione del consiglio del 16 marzo ad Akron, trae origine da un appello di partner in Palestina e Israele, incluse chiese locali, e segue un processo di discernimento con le guide delle denominazioni che sostengono il MCC.
Il personale del MCC nel Medio oriente aveva trasmesso il messaggio da parte di chiese ed altri partner in una lettera resa pubblica circa un anno fa. Il MCC ha collaborato con partner in Palestina e Israele per più di sessanta e quaranta anni, rispettivamente.
GINEVRA - Israele deve immediatamente iniziare a ritirare i suoi coloni dai territori palestinesi, esperti delle Nazioni Unite hanno detto Lunedì ai diplomatici, anche se sembra che il nuovo governo israeliano si prepari a rinforzare la mano della lobby dei coloni ebrei.
Israele deve agire per "porre fine immediatamente e senza condizioni preliminari all'attività di insediamento ed avviare un processo di ritiro dagli insediamenti", ha detto Christine Chanet al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, lamentando una "annessione dilagante" dei territori palestinesi.
Chanet, francese, stava presentando un rapporto di una missione investigativa per conto del Consiglio, che riteneva che gli insediamenti stavano conducendo “alla violazione costante e giornaliera” dei diritti umani dei Palestinesi.
Leggi tutto: Gli esperti dell’ONU chiedono la fine immediata degli insediamenti israeliani
Caro Lior,
grazie per la sua email che ci invita a presentare Though I know the River is Dry al Tel Aviv International Student Film Festival. In quanto aderente agli obiettivi dichiarati del Movimento per il Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni non presenterò il film.
Qualsiasi attività che si svolge sotto gli auspici dell'Università di Tel Aviv deve, in buona coscienza, essere boicottata. L'Università ha una lunga storia di sostegno legale, tecnologico e strategico per l'occupazione coloniale israeliana della Cisgiordania. La rivista dell'Università di Tel Aviv ha orgogliosamente dichiarato nel numero dell’inverno 08/09 che "nella realtà aspra e impervia del Medio Oriente, l’Università di Tel Aviv è in prima linea nel lavoro critico per mantenere il vantaggio militare e tecnologico di Israele."
Dopo una dura lotta, gli Studenti per la Giustizia in Palestina presso l'Università della California, San Diego (UCSD) hanno ottenuto una grande vittoria ieri sera quando il Consiglio degli Studenti Associati ha approvato una risoluzione che chiede il disinvestimento dalle aziende che traggono profitti dall'occupazione israeliana.
L’annuncio del risultato - 20 a favore, 12 contrari e 1 astensione - è stato accolto da applausi, come dimostra questo video.
La risoluzione, proposta da Studenti per la Giustizia in Palestina, è simile a recenti risoluzioni approvate a UC Irvine e UC Riverside e nomina Boeing, General Dynamics Corporation, Hewlett Packard, Ingersoll-Rand e Raytheon, tra altre aziende, che "traggono profitti dall'occupazione militare israeliana e dalla violenza contro i palestinesi in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani".
In una lettera inviata al capo della politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton, 23 membri del Parlamento europeo hanno chiesto la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele.
È molto singolare che una tale importante iniziativa trasversale sia stata intrapresa da europarlamentari per chiedere esplicitamente la sospensione dell'Accordo di Associazione.
Nella lettera degli europarlamentari si dichiara che:
“L'Accordo si basa sul rispetto reciproco dei diritti umani e dei principi democratici, come esplicitamente indicato all'Articolo 2 dell'Accordo. La continua autorizzazione per attività di insediamento del governo israeliano, così come numerose violazioni dei diritti umani ampiamente documentate dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, sono in violazione degli impegni di Israele ai sensi dell'articolo 2 dell'Accordo”.
Leggi tutto: 23 europarlamentari chiedono la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele
Il rapporto della missione annuale, che viene redatto da tutti i rappresentanti di ciascuna missione diplomatica degli stati membri della UE nei territori dell’Autorità Palestinese, usa espressioni molto forti ed è molto critico sulle politiche di Israele nelle zone di e intorno a Gerusalemme. Ripete la posizione delle Conclusioni del Consiglio UE di dicembre 2012 sugli insediamenti che affermava:
“L’Unione Europea è profondamente sgomenta e si oppone fortemente ai piani israeliani di espansione degli insediamenti in Cisgiordania compresa Gerusalemme Est, e in particolare ai piani di sviluppo dell’area E1”.
I capi della missione UE 2012, nel rapporto su Gerusalemme, illustrano le preoccupazioni della UE che si oppone alle politiche israeliane all’interno e intorno a Gerusalemme Est.
Secondo il rapporto, Israele “mette in discussione sistematicamente la presenza Palestinese” a Gerusalemme, con politiche che comprendono “il circondare aree e pianificare in maniera restrittiva, demolizioni ed evacuazioni, accesso discriminatorio a siti religiosi, una ingiusta politica educativa, difficoltà di accesso alla cura della salute, e approvvigionamento inadeguato delle risorse”.
In un durissimo rapporto, Bruxelles invita gli Stati membri a evitare investimenti che sostengano le politiche coloniali israeliane a Gerusalemme Est.
A meno di un mese dalla visita del presidente statunitense Obama in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, l'Unione Europea torna a criticare duramente la politica coloniale israeliana. (Leggi una sintesi del rapporto)
Stavolta il target è Gerusalemme, città internazionale secondo le Nazioni Unite, ma unilateralmente e illegalmente annessa allo Stato di Israele nel 1967. In un nuovo rapporto pubblicato oggi, "Jerusalem Report 2012", Bruxelles definisce la colonizzazione della Città Santa "una deliberata e sistematica strategia" per impedire la creazione di uno Stato palestinese indipendente e per porre fine al progetto di una soluzione a due Stati.
"La più grande minaccia alla soluzione a due Stati", si legge nel rapporto, che indica una serie di raccomandazioni che gli Stati membri della UE dovrebbero assumere per fare pressioni politiche sulle autorità di Tel Aviv: tra queste, lo stop a investimenti e transazioni finanziarie che in qualche modo - diretto o indiretto - sostengano la colonizzazione israeliana di Gerusalemme attraverso infrastrutture, servizi e sostegno economico, e lo stop all'importazione dei prodotti delle colonie a prezzi di favore.
Leggi tutto: Rapporto annuale della missione diplomatica dell'UE: Sanzioni economiche contro Israele
Quella dei ragazzi di Irvine è una bella storia. Una di quelle belle storie di giovani eroi e di grandi battaglie. Una di quelle belle storie di speranza, di creatività, di gioventù. Una storia cominciata nella piccola Irvine, una città suburbana nella ricca contea di Orange County, e raccontata di campus in campus attraversando l'America coast to coast.
Gli studenti del club Students for Justice in Palestine dell'Università di Irvine, da anni si impegnano per la sensibilizzazione del loro campus sulla questione palestinese. Molti di loro hanno origini palestinesi, siriane, egiziane, marocchine, pakistane. La maggior parte è nata in America, altri si son trasferiti che erano piccoli. Qualcuno in Medio Oriente non c'è mai stato, qualcuno ci torna tutti gli anni, qualcuno, come Sabreen, da due anni nella sua Damasco non ci può tornare. Omar è palestinese e sogna, un giorno, di poter tornare, nella sua terra, la Palestina.
Leggi tutto: Irvine Divest: come si boicotta il governo israeliano nei campus americani
La controversia continua a vorticare intorno a un forum programmato per giovedì 7 febbraio al Brooklyn College per discutere il crescente movimento globale di boiccotaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.
In una lettera al Brooklyn College, la presidente Karen Gould e nove membri del Consiglio cittadino di New York, hanno minacciato di tagliare i fondi alla scuola se il dipartimento di scienze politiche dovesse continuare a co-sponsorizzare l’evento. La sera prima dell’incontro, però, la Gould ha difeso il suo diritto di tenere l’incontro, affermando che l’impegno del Brooklyn College e il suo personale “ai principi della libertà accademica rimane saldo.” Questa settimana, due consiglieri del municipio hanno rifiutato il loro appoggio alla lettera e perfino il sindaco Michael Bloomberg ha difeso il diritto del Brooklyn College e dei suoi studenti a tenere l’incontro di protesta contro Israele.
Leggi tutto: Non ci faranno tacere sui crimini di Israele. Intervista a Omar Barghouti
Il rapporto del Consiglio Onu per i Diritti Umani apre a nuovi strumenti legali per sanzionare economicamente Israele e fornire mezzi alla campagna di boicottaggio.
di Michael Omer-Man
Gerusalemme, 5 febbraio 2013, Nena News - Il rapporto sulle colonie israeliane redatto dalla missione del Consiglio Onu per i Diritti Umani non è certo il più duro documento delle Nazioni Unite contro Israele. Ma l'ultimo paragrafo introduce un elemento che prima girava solo nei piccoli circoli di attivisti pro-palestinesi. Nella pratica, mette la "S" al BDS.
La campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni ha ottenuto successi misti, ma limitati, dal lancio ufficiale di sette anni fa. Le campagne di boicottaggio e disinvestimento hanno registrato piccole vittorie dopo aver avuto come target fondi di investimenti, sistemi pensionistici, compagnie di trasporto che sostengono Israele nell'occupazione dei Territori Palestinesi, conferenze accademiche e eventi musicali e culturali. Ma molti osservatori ammetteranno che tali successi hanno portato a piccoli se non nulli cambiamenti nella politica israeliana e, di conseguenza, nella realtà palestinese.
Più di 50 organizzazioni palestinesi, che rappresentano uno spaccato della società civile palestinese, tra cui gruppi di donne e organizzazioni sindacali, e organizzazioni internazionali di solidarietà con la lotta palestinese per l'uguaglianza, la giustizia e la fine dell'occupazione israeliana della Palestina, hanno lanciato un appello alle donne e agli uomini di coscienza e ai gioiellieri di tutto il mondo perché rifiutino diamanti lavorati in Israele.
Samir Abed-Rabbo, uno dei coordinatori della campagna per il boicottaggio mondiale dei diamanti israeliani, ha dichiarato: "Le entrate dell'industria dei diamanti di Israele sono una delle principali fonti di finanziamento per l'esercito israeliano, che è accusato di crimini di guerra da parte del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, di Amnesty International e di Human Rights Watch. I diamanti lavorati in Israele eludono le restrizioni a difesa dei diritti umani del sistema di certificazione del Kimberley Process, che vieta solo i cosiddetti "diamanti dei conflitti" o diamanti grezzi utilizzati dai gruppi ribelli per finanziare i conflitti contro i governi legittimi".
Inevitabilmente le campagne di boicottaggio verso colossi aziendali, per i possessori di concretezza, si portano dietro sempre un peso d’inconsistenza, fatto di poca lucidità, troppi ideali e mancanza di consapevolezza degli interessi da smuovere. È impossibile elencare tutti gli affari che la francese Veolia compie in giro per il mondo (opera in 77 Paesi), con un giro largo di tutto quello che è il servizio pubblico, lì dove il privato può metterci le mani: servizi idrici, trasporti pubblici e gestione dei rifiuti.
Leggi tutto: Veolia, la spazzatura di Londra ed i diritti umani in Palestina